Se io, subcomandante, vincessi la primarie

Di Fabio Cavallari
28 Luglio 2005
... RITIREREI SUBITO LE TRUPPE DALL'IRAK, CANCELLEREI LA LEGGE 40, NON MODIFICHEREI LA 194, CONCEDEREI IL MATRIMONIO AI GAY. INTERVISTA AL SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

Terrorismo e guerra. Fecondazione e primarie. Diritti civili e trascendenza. Sono temi che, a diverso titolo, hanno coinvolto, in questi ultimi mesi, il mondo politico e culturale del nostro paese. Sono temi aperti che non si esauriranno tanto facilmente. Abbiamo intervistato il segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, per cercare di comprendere il punto di vista della sinistra radicale. La cronaca delle ultime settimane impone però di registrare il suo pensiero in materia economica, rispetto alla scalata Unipol. «Siamo davanti a una profonda crisi del capitalismo italiano, una crisi in cui si innesta il declino delle grandi famiglie che hanno costituito l’ossatura della borghesia industriale del Paese. E poiché questo avviene nel vuoto della politica, in particolare del governo, si determinano processi di cannibalizzazione. Mancano progetti industriali di sviluppo intorno ai quali si possa riselezionare una nuova classe dirigente: così il capitalismo implode nella forma delle scalate, strumento tipico della cannibalizzazione. Va sottolineato che il cannibalismo, anche se fa muovere il sistema, è per forza regressivo, perché divora se stesso senza produrre sviluppo. Con le scalate cambia l’assetto proprietario, ma l’apparato economico resta fermo».
Lei ha affermato senza tentennamenti che è profondamente sbagliato ritenere il terrorismo islamico direttamente figlio della guerra, che non c’è ingiustizia, oppressione, povertà che possa essere messa in relazione con la barbarie delle strage di civili. Se non esiste questo parallelismo, anche alla luce anche del nuovo drammatico attacco terroristico di Sharm el Sheikh, possiamo dire di essere al cospetto di un ordinato e scientifico attacco politico-religioso all’Occidente?
No. Intanto il fatto che non ci sia una relazione causale, cioè che uno non genera l’altro, non vuol dire che la relazione non ci sia, anzi. Guerra e terrorismo sono interni alla stessa spirale che si alimenta, il cui fondamento sono i processi che la globalizzazione capitalistica ha determinato. La medesima ha scavato fossati tra parti del mondo provocando insicurezza, incertezza e precarietà. Vorrei usare una formula di Jean Joures, «il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano l’acqua», parafrasandolo si potrebbe dire che «la globalizzazione porta la guerra e il terrorismo come le nubi portano l’acqua». Perciò, non si può dire che venga portato un attacco frontale all’Occidente perché la nozione di Occidente va ricalibrata. L’Occidente è la guerra preventiva di Bush, o il movimento pacifista? è il modello competitivo individualistico americano o quello solidaristico europeo? è categoria oggi troppo labile e incerta per poter essere usata. Il destinatario dell’attacco non può essere definito l’Occidente per il solo fatto che non si sa bene che cosa sia l’Occidente. L’obiettivo è quello dichiarato dai documenti delle organizzazione terroristiche e cioè la destabilizzazione dei regimi arabi moderati e laici e l’attacco al potere imperiale di quella parte del mondo che secondo loro impedisce l’espansione islamica. Così come obiettivo dichiarato della guerra preventiva è quello di controllare il pianeta. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: il terrorismo come la guerra punta al conflitto di civiltà. Il terrorismo si può sconfiggere solo attraverso il dialogo tra le civiltà, bandendo in radice ogni concessione alla divisione del mondo tra il bene e il male. Oggi l’Italia e l’Europa dovrebbero riacquistare quel ruolo che le rende per vocazione cerniere tra il Nord ed il Sud del mondo. Non è tempo di guerre preventive, né di leggi speciali. è tempo di parlare ai popoli, di valorizzare il dialogo tra le sponde del Mediterraneo. è tempo di ascoltare i governi dei paesi arabi, i movimenti di quei paesi che avanzano domande di democrazia, di giustizia sociale, di laicità. è tempo di guardare al conflitto israelo-palestinese e capire perché l’Europa in passato abbia gettato via troppe opportunità per disinnescare una delle più formidabili micce che hanno contribuito a seminare angoscia. La guerra e il terrorismo producono soltanto mostri. è ora di fermarli.
Sia i terroristi di Londra che quelli dell’11 settembre erano inseriti nel mondo occidentale. Provenivano da zone multiculturali e non da ghetti reazionari e razzisti. Come intervenire concretamente in questa contraddizione al di là delle scelte di ordine pubblico?
Le scelte di ordine pubblico sono totalmente inefficaci. Quello che conta è la politica. è il processo attraverso il quale si sconfigge il terrorismo prosciugando l’acqua in cui nuota. Un buon modo per combattere il terrorismo, non perché produce una conseguenza immediata ma, per quello che riguarda l’Italia, è il ritiro delle truppe dall’Irak. è un modo indiretto ma efficace di concorrere a combattere questa barbarie.
Lei propone, non da adesso, il ritiro delle truppe. In tanti iniziano a pensare che la guerra sia stata un errore. Visto però che non è possibile abbandonare un popolo alla mercé delle scorribande terroristiche, cosa si dovrebbe fare una volta concordato il ritiro?
Non condivido la premessa. Le scorribande terroristiche esistono ma non sono il fenomeno fondamentale. Il vero punto in Irak è che è in corso una guerra considerata intollerabile dall’intero popolo iracheno. Il problema del dopo non è quello di combattere il terrorismo ma di ridare sovranità al popolo iracheno. E per questa via, io penso che una volta ritirate tutte le forze che si sono macchiate della colpa dell’oppressione militare, l’Onu potrebbe finalmente riappropriarsi del proprio ruolo e garantire la presenza di pace. Eventualmente anche attraverso forze militari ma senza la partecipazione di alcun esercito che abbia partecipato alla guerra.
La tragedia irachena dimostra che è impossibile esportare democrazia e libertà dall’esterno?
Sì. L’Irak era un paese oppresso ma sostanzialmente laico. Oggi è un paese oppresso che subisce violenze diverse, ma non minori della prima. è una nazione dove è rinato un fondamentalismo da cui prende corpo la propensione terroristica. Per l’eterogenesi dei fini, chi dice di esportare democrazia esporta violenza e terrorismo.
In tema di libertà, molta sinistra sembra aver sposato l’idea che la libertà si raggiunge attraverso l’acquisizione di diritti. Per un marxista non è un discorso un po’ limitativo? Penso alla riflessione di Marx ne “La questione ebraica”, ripresa anche nel suo penultimo libro “Le idee che non muoiono”.
Sì che è limitato, nel senso che io penso sia valida la lezione di Marx secondo cui la libertà non può limitarsi a quella del cittadino, ciò alle libertà politiche, ma bisogna investire sulla libertà della persona, la libertà che determina il segno della propria esistenza. Tuttavia il Novecento ci ha reso consapevoli, che i diritti individuali sono una protezione contro la possibile oppressione della politica. Marx non poteva prevedere che dentro la politica non si producesse soltanto alienazione, quindi separazione dei diritti della persona dalla sua condizione sociale, ma anche oppressione statuale, oppressione del potere, indipendente dalla natura di questo potere, compreso quello rivoluzionario, nei confronti delle persone. Ed è per questo che io credo bisogna avere una diversa sensibilità dei diritti individuali come argine allo strapotere del “potere”.
Il termine libertà è stato utilizzato ampiamente nella campagna referendaria sulla fecondazione. Ora, uscendo dalla mera discussione sulla legge 40, lei non pensa che il desiderio extracorporeo di “avere un figlio a tutti i costi”, rischi di aprire le porte ad un’idea di procreazione avulsa dai legami affettivi e sempre più concepita come semplice tecnica di riproduzione? Non è un regalo alle multinazionali del capitale?
No. Io vedo la cosa dal punto di vista della donna. Trovo che questo discorso prescinda totalmente dall’io della donna e costituisca invece una delle lezioni fondamentali che il femminismo ha portato all’intera società. Io penso che se si può parlare di socialismo e comunismo nel futuro, insieme alle istanze della liberazione del lavoro salariato, ci sono le istanze del femminismo e dell’ambiente senza le quali la vita libera non può più essere concepita. Penso che sia una forma importante e di egoismo maturo quello di fare della donna e del corpo della donna il giudice ultimo della procreazione.
Pietro Barcellona, non certo un clericale, ha affermato che quella sulla fecondazione è stata «una battaglia sbagliata che sta seguendo una moda, cioè pensare che la tecnica possa risolvere i problemi profondi della vita umana».
Nella realtà non era questa l’ispirazione fondamentale. Cito una persona assai vicina a Pietro Barcellona come Maria Luisa Boccia, che è cresciuta nello stesso ambiente ingraniano. La tecnica in questo caso è un elemento servile ad una possibilità di superare un handicap fisico o psicologico sulla base di un atto di volontà creativo dalla parte della donna medesima.
Sempre Barcellona ha fatto notare che i brevetti sulla vita saranno il petrolio del nuovo millennio.
Io non ho nessuna compiacenza verso le tesi prometeiche della scienza. Sono lontanissimo da questo orizzonte perché penso che la scienza stessa è stata segnata dal dominio del capitale. Avendo vissuto l’esperienza della critica alla presunta neutralità della scienza e della tecnica in tutto il ciclo ’68-’73 non provo alcuna suggestione scientista. Non penso per nulla che l’innovazione sia progresso. E quindi sono contrario ai brevetti, alla mercificazione del corpo, dei rapporti sociali.
Sempre in tema di diritti, si sta discutendo molto di unioni civili e di matrimonio per le coppie gay. Lei non ritiene che questa seconda ipotesi sia in definitiva l’omologazione della diversità?
Lo accetto da chi sottoscrive prima il fatto che ci vuole una legge per garantire le unioni anche dei gay e delle lesbiche. Accettato questo assunto sono disposto ad una discussione sul carattere del matrimonio. Ma se questo tema viene usato come schermo per impedire che anche gli omosessuali vedano riconosciute le loro forme di comunione allora sono molto contrario.
Avanzare dubbi sull’adozione per le coppie gay sembra una rivendicazione oscurantista e clericale, ma se deve esistere il diritto per un omosessuale ad avere un figlio non esiste un diritto naturale per un figlio ad avere un padre e una madre?
Sì, quando ce l’abbia. Bisogna evitare di cancellare la realtà. Quello che non si conosce non c’è, agli effetti della propria esperienza di vita.
Quando passò il referendum sulla 194, Berlinguer disse: «Ora che abbiamo tutelato le donne dall’aborto clandestino, il nostro impegno deve essere di limitare al massimo la pratica abortista». Senza mettere in discussione la legge, l’obiettivo è stato raggiunto? C’è da lavorare?
Mi pare che se c’è una cosa sulla quale non c’è da discutere è proprio l’applicazione della 194. Non sento un disagio emergere dal popolo su questa tematica. Non ho mai pensato che una donna si disponga con leggerezza ad un atto così impegnativo.
Qualche mese fa in un’intervista lei ha detto di essere molto interessato al tema della trascendenza. Lei si definisce ateo, agnostico, o cos’altro?
Tendo a non definirmi. Sento stretta ogni definizione. Sono interessato alla ricerca sulla trascendenza, non ho detto che sono interessato alla trascendenza. Mi interessa chi compie la ricerca, non la ricerca. Può sembrare presuntuoso ma non sento il bisogno della domanda di Dio, ma trovo nella ricerca su questa domanda tante cose senza le quali non saprei vivere culturalmente. Io sto qui e non mi chiedo se Dio c’è o non c’è, ma non saprei prendere in mano un libro che non contenesse questo interrogativo.
Vuole vincere alle primarie?
Quando si compete, diversamente dal moto decubertiano, un anelito di vittoria è intrinseco nella competizione. Poi, uno può sapere benissimo che quel risultato non ha alcuna probabilità, ma questo non cancella “il fare come se”.
Gli osservatori esterni hanno l’impressione che queste siano primarie bresneviane. Si sanno già i risultati.
Beh no, in quel caso il risultato era obbligato, nel senso che comunque la gente si pronunciasse il risultato era acquisito in partenza perché le urne avrebbero dato certamente quel risultato. Qui no. Se la gente si pronunciasse diversamente la diversità sarebbe registrata.

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