SE LA DIFESA DEI DIRITTI DIVENTA BUSINESS

Di Nucci Alessandra
08 Luglio 2004
Negli Stati Uniti non hanno bisogno di un Adel Smith che in nome dei suoi diritti di musulmano pretenda di far cancellare la storia religiosa di tutti gli altri

Negli Stati Uniti non hanno bisogno di un Adel Smith che in nome dei suoi diritti di musulmano pretenda di far cancellare la storia religiosa di tutti gli altri. Da loro ci pensano direttamente le associazioni di attivisti dedite a promuovere i diritti civili, nel cui novero fanno rientrare il “diritto” di chiunque “abbia interesse” a non vedere e non sentire niente che abbia a che fare con la Bibbia o con Gesù Cristo.
Negli Usa menzionano Dio dovunque: nella Dichiarazione di Indipendenza e nell’inno nazionale, sulle banconote e nel giuramento di insediamento del presidente, e nel giuramento di fedeltà recitato dai bambini a scuola. Ma ci sono associazioni che si dedicano oggi con successo a far rimuovere le parole e i simboli giudaico-cristiani da ogni testo o luogo pubblico possibile immaginabile.
La principale fra queste associazioni è la potentissima Aclu, American Civil Liberties Union, fondata nel 1920, che ha fatto delle cause legali una formidabile arma di intimidazione, al punto che recentemente la contea di Los Angeles ha ceduto senza nemmeno combattere all’ultimatum di far togliere un microscopico crocifisso dal proprio emblema, dove coesisteva con altri dieci simboli diversi, fra cui l’immagine di una dea pagana.
Come mai tanta arroganza? Il segreto sta in una leggina poco conosciuta del 1976, che garantisce il pagamento delle spese legali a chi si costituisce parte lesa nelle cause per i diritti civili. Da tempo questa legge viene usata dalla Aclu non per difendere i diritti dei neri, ma per ottenere dai magistrati che vengano tolti i crocifissi o impedite le preghiere nelle scuole statali, alle partite di basket, nei parchi pubblici, e ovunque non sia un luogo privato.
L’attività legale della Aclu è diventato un vero e proprio business, dove, ad ogni causa intentata a nome di parti che si sentono lese nella loro sensibilità religiosa o etnica ecc., corrisponde un rimborso di salatissime parcelle legali. Sarebbe possibile questo da noi? Ebbene sì: a far tempo dall’approvazione al Consiglio d’Europa di due direttive del 2000 realizzate per combattere la “discriminazione”, ovvero lo stesso principio tutelato dalla legge sui diritti civili americani. Queste leggi invitano gli Stati membri a «provvedere affinché tutte le persone che si ritengono lese possano accedere a procedure giurisdizionali e/o amministrative», quindi se necessario anche a finanziarli, e riconoscono il diritto a rappresentare le persone lese anche «alle associazioni, organizzazioni o altre persone giuridiche che… abbiano un interesse legittimo» a garantire il funzionamento della legge.
Negli Stati Uniti si stanno svegliando e oggi c’è una proposta di legge all’esame del Congresso che propone di abolire questi sussidi a sostegno di tali battaglie “civili”. In Europa non sarà il caso di darsi una mossa prima che la consuetudine si instauri? (Ma alzi la mano chi è in grado far arrivare le istanze dei cittadini fino al Consiglio d’Europa…)
Anche perché, rispetto alla legge americana, la direttiva europea ha una “chicca” in più: l’onere della prova è a carico dell’accusato, presunto colpevole.

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