Se le rondini stan sospese tra due vite

Alle cinque di sera la giovane parrucchiera guarda fuori dalle grandi vetrate del negozio di coiffeur nella piazza della Centrale di Milano. Alza gli occhi: all’imbrunire il cielo sopra la mole grigia della stazione si fa per qualche minuto nero d’ali di migratori. Un infinito stormo, come convenuto al tramonto dai rari giardini, dalle gronde dei grattacieli, schierato a cuneo con precisione teutonica e grazia leggera, vola dietro a quello che fra mille, per indecifrabili leggi, riconosce suo capo. E il capo, rondine o storno, volteggia fiero alla testa del suo esercito, libero condottiero. Alla destra e alla sinistra, ma rispettosamente un soffio indietro, i generali in seconda. Descrive un’ampia curva, vira verso Est, si alza, scende di nuovo, gira. In basso, nella piazza, i pochi che non corrono verso i treni a capo chino, e alzano gli occhi, seguono con meraviglia quella sbalorditiva geometria, quell’ordinata obbedienza di rondini, mistero e segno assieme legati.
Ma, poi, le rondini non partono. E siamo già al dieci di novembre. La giovane parrucchiera del grande negozio è preoccupata, lei che è nata in campagna, e queste cose le sa: a quest’ora, rondini e storni dovrebbero esser già andati. Invece, ogni sera, da quasi un mese, dice, questo gran raduno al tramonto sulla piazza, come una prova generale, o un ripetere meccanicamente ciò che è da migliaia d’anni memoria genetica. L’appello, la formazione, l’assetto di volo, i primi giri come di rodaggio. Ma poi, quando sarebbe ora di andare, e di puntare verso meridione, perché fra poco è inverno, fra poco farà freddo, disorientato il condottiero dello stormo s’arresta. Forse, sul tetto più alto del grattacielo Pirelli, si ferma, i due luogotenenti accanto. Partire? Per dove? Il condottiero non sa più perché.
Perché, spiegano gli etologi, gli inverni meno rigidi delle metropoli riscaldate e inquinate avrebbero indotto i migratori a restare. Li avrebbero quindi mutati in una loro qualità essenziale: l’essere dei migranti, sospesi fra due vite e fra due mondi. E invece ora ridotti a starsene solo in uno, seppure inquieti; con la memoria che altrove si dovrebbe andare, che c’è, un altrove, ma senza il coraggio di partire. Ridotti un po’ come noi uomini, insomma. E forse è per questo che commuove quest’esodo mutilato delle rondini, incapaci di andare, immemori del sole del Sud, nell’imbrunire di un novembre a Milano.

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