Se l’economia tira, l’ambiente respira
Esiste un forte legame fra sviluppo economico e tutela ambientale. Questo collegamento è dimostrato dai dati dei paesi sviluppati, in costante miglioramento da almeno venticinque anni a questa parte, cioè da quando la preoccupazione per l’ambiente è entrata a far parte delle politiche pubbliche. Se c’è un livello significativo di sviluppo economico, c’è un indice significativo di miglioramento della qualità dell’ambiente, come risulta per i paesi del G8 e per l’Italia. La percezione di questi dati non è diffusa come dovrebbe.
Poiché l’ambiente migliora col progresso economico, esso dipende anche da una maggiore disponibilità di energia, che naturalmente deve essere prodotta, distribuita, trasportata e consumata secondo le tecnologie migliori, nel rispetto delle norme e dello stato di avanzamento della ricerca scientifica e tecnologica. La materia è importante, e taglia trasversalmente molte competenze. Dovrebbe essere governata dalla Presidenza di Governo, poiché solo il più alto livello di amministrazione può garantire che quel che si fa lo si faccia nell’interesse generale, anche imponendo a qualcuno dei sacrifici a vantaggio di tutti.
Per esempio, se, fatte le opportune valutazioni, vengono rilasciate delle autorizzazioni per costruire nuove centrali termoelettriche, non è accettabile che in ogni singola ubicazione sorgano problemi che, nel migliore dei casi, ritardano di alcuni anni l’inizio delle attività, la messa in produzione dell’energia necessaria per mandare avanti il sistema nazionale, e quindi la stessa qualità dell’ambiente. Azioni volte a un fine possono determinare il raggiungimento di un risultato opposto. Per esempio, nessuno ha dimostrato che la causa del riscaldamento globale siano i comportamenti umani (sul rapporto Stern al prossimo numero). È certo tuttavia che il riscaldamento globale è una realtà di fatto e che occorre diminuire le emissioni in atmosfera. Bisogna però sottolineare anche che la trattativa per l’adesione italiana a Kyoto fu condotta male, e che l’adesione a questo Protocollo attualmente costa agli italiani centinaia di dollari all’anno pro capite, molto più di quanto costi agli altri europei. Chi ha negoziato lo ha fatto trascurando gli interessi nazionali, ma impegnando lo Stato:
protestare non serve più.
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