Se prima di andare a Pesaro i Ds passassero da Nizhnij Novgorod (ex-Gorkij)…

Di Martynov Ivan
13 Settembre 2001
Notevole sensazione ha suscitato in Russia l’esito di alcune elezioni di presidenti delle regioni nei mesi estivi appena trascorsi

Notevole sensazione ha suscitato in Russia l’esito di alcune elezioni di presidenti delle regioni nei mesi estivi appena trascorsi. Su tutte, la clamorosa sconfitta del governatore di Nizhnij Novgorod (ex-Gorkij), Ivan Skljarov, che ha dovuto cedere la poltrona all’ex-segretario del partito locale dei tempi sovietici, Gennadij Chodyrev: si tratta della terza regione per importanza in tutta la Russia, dopo Mosca e San Pietroburgo, dove erano state sperimentate le prime riforme veramente liberiste nel periodo eltsiniano, quando a capo della regione c’era Boris Nemtsov, attuale leader della destra liberale in Parlamento. I comunisti hanno ottenuto eccellenti risultati anche in altre regioni “liberali”, allargando la cosiddetta “fascia rossa”, che nel decennio passato era ristretta alle regioni agricole più depresse del Sud della Russia europea e dell’Estremo Oriente. Tali risultati sono senz’altro il segno di un profondo cambiamento dei meccanismi della politica russa: sotto Eltsin, il Cremlino usava tutte le armi per impedire ai comunisti di impossessarsi del potere locale, e tanto di più di quello centrale. Ora l’amministrazione putiniana si limita a intromettersi per affondare qualche candidato particolarmente “sgradito”, lasciando poi all’elettorato la massima libertà di scegliersi il proprio governatore. Gli stessi comunisti hanno abbandonato le armi della polemica diretta, sia nei confronti del centro (sarebbe folle contestare un presidente che gode dell’approvazione dell’80% della popolazione), sia verso gli stessi concorrenti. Questo schema sta funzionando così bene che ormai, in vista di varie elezioni autunnali in programma, tutti i pretendenti si stanno trasformando in agnellini. Lo spostamento a sinistra dell’elettorato russo non sembra una rivincita del comunismo. Il partito di Zjuganov, messo decisamente all’angolo dall’avvento di un presidente populista e patriottico come Putin, ha completamente abbandonato i suoi cavalli di battaglia dell’ultimo decennio, come la restaurazione dell’Urss (secondo la definizione dello stesso Putin: chi non rimpiange l’Urss non ha cuore, chi la vuole rifare non ha cervello), o la ri-nazionalizzazione dell’economia. I “nuovi comunisti” fanno tutti professione di liberismo e non disdegnano alleanze locali o strategiche con le destre. La sinistra radicale e piazzaiola appare in Russia un ricordo ormai sbiadito.

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