Se questa è la libertà di stampa facciamogliela pagare (in euro)

Di Pietro Piccinini
29 Giugno 2006
I più immorali sono i moralizzatori che quotidianamente (e in barba alla legge) pubblicano le piccinerie dei moralizzati. Castelli e Calvi contro la gogna delle interecettazioni

In attesa di capire che fine abbia fatto il fatidico decreto promesso il 19 giugno dal ministro della Giustizia Clemente Mastella e poi smentito tre giorni dopo in seguito alla reazione indispettita dei Ds, per poter continuare a sperare di vedere la fine, un giorno, di questo delirio intercettatorio in cui a ogni nuova inchiesta giudiziaria corrisponde un congruo numero di privacy violate a mezzo stampa, bisogna ritornare alla settimana scorsa, quando, ad un certo punto, pareva quasi che qualcuno avrebbe seriamente tentato di ostacolare il manipulitismo dilagante e senza fine.
Il 19 giugno perfino l’Associa-zione nazionale magistrati, per voce del segretario Nello Rossi (che è anche, come informa Repubblica, «un esponente di punta di Magistratura democratica»), aveva espresso al quotidiano di largo Fochetti preoccupazione per la dignità degli indagati e l’integrità delle indagini in corso, arrivando addirittura ad auspicare «regole più severe e incisive. Per tutti, giornalisti, magistrati, poliziotti, avvocati». Ma nemmeno l’Ordine dei giornalisti era sembrato intenzionato a starsene con le mani in mano. E il 21 giugno cominciava a girare la notizia che, in Lombardia, erano stati avviati procedimenti disciplinari nei confronti di due iscritti all’albo. Un po’ pochini, d’accordo, vista la folta schiera dei trascrittori di trascrizioni. Però sempre meglio di niente. Qualcosa si stava facendo. Grande sdegno, poi, aveva suscitato all’interno del famigerato Comitato di redazione di via Solferino la notizia che il computer della collega Fiorenza Sarzanini (redazione romana del Corriere della Sera) era stato posto sotto sequestro dai carabinieri del Ros.
Ma il vero colpo di teatro l’aveva messo a segno il Garante della privacy. Con una clamorosa decisione, infatti, la più politicamente corretta delle Authoritiy italiane il 21 giugno aveva annunciato che si sarebbe curata di denunciare essa stessa le future pubblicazioni illecite di intercettazioni telefoniche. Sollevando, naturalmente, sia a destra che a sinistra, le vive proteste dei difensori del libertinismo di stampa, ma ottenendo in ogni caso una specie di vittoria: il giorno dopo il Corriere della Sera sembrava aver recepito il messaggio e volersi dare una calmata. Il 23 giugno reperire fra le pagine del quotidiano la dose giornaliera di intercettezioni era diventata un’operazione quasi difficile.
Poi, però, è arrivato il fine settimana. E il weekend, si sa, si porta via tutte le preoccupazioni, e con le preoccupazioni spariscono anche le cautele. Morale: tutto dimenticato. Il ministro Mastella ha più o meno smesso di pensare al famoso decreto, a quanto pare. E le grandi testate hanno ripreso a pubblicare regolarmente i fattacci propri – interessanti o meno – di tutti gli intercettati illustri del paese. Unica novità, John Henry Woodcock, il pubblico ministero italo-inglese che da Potenza ha fatto incarcerare Vittorio Emanuele di Savoia, è stato segnalato al Consiglio superiore della magistratura. Per essersi fatto troppa pubblicità distribuendo trascrizioni ai giornali? Macché, per il fatto che avrebbe fatto arrestare il principe senza il permesso del procuratore.
Insomma, nello sbiadire silenzioso delle poche speranze garantiste destate dalle numerose iniziative degli ultimi giorni, la sensazione sempre più limpida è che non sarà semplice trovare una soluzione all’emergenza che riguarda il nostro paese. Un’emergenza che l’ex ministro della Giustizia ora senatore della Lega, Roberto Castelli, non vuole attribuire all’utilizzo dello strumento intercettazione tout court, dal momento che, dice a Tempi «le intercettazioni sono necessarie, sono ineludibili, sono un potentissimo mezzo». Ma proprio per questo, che vanno usate con la dovuta cautela: «Altrimenti, così come portano potentissimi benefici possono anche fare potentissimi danni. E questi danni recentemente sono balzati sotto gli occhi di tutti: innazitutto la diffusione strumentale delle intercettazioni; poi la squalifica di persone che non hanno commesso alcun reato, e pur comportandosi in maniera magari eticamente discutibile, lo hanno fatto su un piano strettamente personale». Piano che non dovrebbe avere alcuna rilevanza pubblica, eppure, continua Castelli, «tutti i giorni leggo sui giornali discorsi fatti tra persone private che si dicono cose privatissime. Discorsi buttati in piazza seppure completamente inutili ai fini dell’indagine, all’individuazione di un eventuale colpevole o quant’altro».

Sistema editorial-giudiziario
È un sistema editorial-giudiziario che secondo Castelli abbiamo già visto l’estate scorsa, «in occasione delle scalate dei cosiddetti furbetti del quartierino», solo che «questa volta la cosa è ancora più eclatante, perché è molto più “gossipara”, e sappiamo benissimo che quando c’è di mezzo il sesso tutti diventano morbosamente curiosi». Sono questi, quindi, i motivi per cui al Senato della Repubblica è registrata la proposta di legge numero 664 “in materia di intercettazioni telefoniche e ambientali e di pubblicità degli atti”, a firma, appunto, di Roberto Castelli. La proposta, spiega l’ex titolare della Giustizia, è identica a quella approvata dal Consiglio dei ministri del governo Berlusconi nell’autunno scorso, a seguito della pubblicazione di verbali e intercettazioni relative a Ricucci e compagnia: «Il fatto che non tutti sanno è che oggi chiunque può essere intercettato, non soltanto gli indagati. Per carità, c’è una ratio in tutto ciò: il caso classico è quello del rapimenti o dell’estorsione, casi in cui si mettono sotto intercettazione i telefoni delle vittime allo scopo di individuare i colpevoli che chiamano chiedendo il riscatto». Però, a fronte della ratio virtuosa, può benissimo accadere il fatto vizioso: «Che un pm magari si mette a intercettare chi gli pare. Perciò avevamo proposto dei limiti, avevamo detto che si può usare quella misura soltanto in caso di delitti molto gravi, rapimenti, estorsioni, criminalità organizzata e quant’altro. In più, a tutela degli intercettati non indagati, una volta terminate le intercettazioni costoro vanno avvisati, e le intercettazioni che non hanno nulla a che vedere con le indagini vanno distrutte. Abbiamo inasprito le pene per chi viola il segreto istruttorio». Ma la vera novità della proposta di Castelli riguarda i media: «Oggi trasmettere e pubblicare notizie coperte da segreto istruttorio è reato solo per il pubblico ufficiale che parla troppo. L’editore al massimo paga una multa di pochi euro. In più, siccome in più il pm responsabile della fuga di notizie non si trova mai, di fatto restano tutti impuniti. Ecco, a questo livello noi introduciamo, per chi pubblica atti vincolati dal segreto istruttorio, la responsabilità penale della persona giuridica». La società dell’editore, cioè, può essere colpita «anche con multe molto pesanti, o addirittura con la sospensione per qualche giorno della pubblicazione». Castelli non ha bisogno di piacere a nessuno: «Noi tutti difendiamo la libertà di stampa, ma non quando essa diventa libertà di calunnia o di pubblica gogna per i privati cittadini». Perciò niente carcere ai giornalisti, molto più efficace un bel salasso all’editore: «Pagare fa male».

Reati gravi nero su bianco
E pur se particolarmente preoccupato per «la rottura della sfera privata» di molti italiani che subiscono processi mediatici non più basati sul rispetto della legalità ma su un arbitrario limite di moralità, Castelli all’udire quest’ultima parola se la ride: «Secondo me ai giornali della moralità non importa nulla. Fanno semplicemente un ragionamento: il Grande Fratello ha avuto molto successo nonostante tutti sapessero che dentro la casa i concorrenti recitavano, figuriamoci cosa può accadere se gettiamo in pasto all’opinione pubblica un Grande Fratello reale, e magari pure condito con particolari piccanti. No, decisamente non credo nella volontà salvifica della stampa».
Nemmeno il senatore ds Guido Calvi va troppo per il sottile quando parla di informazione: «L’idea che il giornalista debba pubblicare ogni cosa che gli capita fra le mani – dice a Tempi – è una vera sciocchezza. Il giornalista svolge un lavoro straordinariamente importante, non è un passacarte qualsiasi». Diversamente da Castelli, Calvi, che pure è noto per essere avvocato difensore di molte importanti personalità italiane, nel depositare a Palazzo Madama la sua, di proposta di legge sulle intercettazioni (la n. 510), dichiara di essere stato spinto non solo dalla tutela dei privati cittadini, ma soprattutto dal rischio che corrono per primi proprio quelli che tengono il coltello dalla parte del manico: «Un rischio che per esempio nel caso delle intercettazioni sul calcio si è trasformato in realtà. Lo ha ammesso lo stesso procuratore della Repubblica di Napoli: la pubblicazione di tutte quelle trascrizioni ha consentito agli indagati di conoscere gli atti, di preparare una linea comune a tutti e quindi in qualche modo di impedire che la verità fosse accertata e le indagini andassero avanti». Per Calvi, che nel suo Ddl ha deciso di non escludere il carcere per chi viola (anche solo a mezzo stampa) il segreto d’ufficio, non c’è dubbio: «I giornalisti che hanno messo nero su bianco quelle notizie secondo me dovrebbero rispondere di reati gravi». E allo stesso modo è necessario che, dalla parte della procura, sia sempre inequivocabilmente individuabile un responsabile per le soffiate agli organi di stampa. Perciò, spiega Calvi, «oltre a cercare di studiare una migliore procedura di richiesta di intercettazioni da parte del pm, propongo che le trascrizioni inutili o inutilizzabili al processo siano affidate alla responsabilità proprio del pm». Il quale dovrà così rispondere personalmente dell’eventuale diffusione di atti segretati.

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