SE QUESTO NON E’ UN GENOCIDIO

Di Rodolfo Casadei
31 Marzo 2005
NON è UNA CRISI UMANITARIA, MA UN CRIMINE POLITICO. NEL DARFUR UN POPOLO STA MORENDO PER MANO DEL SUO GOVERNO. SENZA CHE L'ONU INTERVENGA

«Il Darfur è una miccia accesa nel cuore dell’Africa. Aiutaci a spegnerla», annuncia ogni sera con aria grave Barbara Contini nello spot che fa appello al cuore e alla testa degli italiani perché sovvengano all’estrema penuria degli sfollati di quella grande regione del Sudan. Non si può dire che gli esperti dell’umanitario, governativi e non governativi, non stiano facendo il loro dovere. Il problema è che ci sono molti altri che di spegnere la miccia non ne vogliono proprio sapere. A due anni dall’inizio della crisi il bilancio è sconfortante: a seconda delle stime, le vittime del conflitto oscillano fra le 200 e le 300 mila, di cui 73.700 uccise e le altre prodotte dalla fame e dalle malattie causate dalla guerra; i tassi di mortalità nei campi per gli sfollati (2 milioni di persone, cioè un terzo di tutti gli abitanti del Darfur) sono cinque-sei volte più alti dei tassi medi di mortalità dell’Africa sub-sahariana; la situazione è destinata a peggiorare con l’arrivo della stagione delle piogge (luglio-settembre), quando saranno necessarie 23 mila tonnellate aggiuntive di aiuti (si fatica a farne arrivare 30-40 mila al mese ora) per 2 milioni e 800 mila persone. Le responsabilità di questa catastrofe sono ripartite fra molti attori, ma con gradi diversi. I guerriglieri dello Sla (Esercito di liberazione del Sudan) e del Jem (Movimento per la giustizia e l’uguaglianza), pur essendo coloro che per primi hanno aperto le ostilità, sono meno colpevoli di altri due soggetti: il governo sudanese e il Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

La Ue premia Karthoum
che bombarda i civili
Abbiamo già spiegato (cfr. Tempi n. 19 e n. 31 del 2004) che il governo sudanese è colpevole di avere armato e assistito militarmente i guerrieri janjaweed (nomadi arabizzati) che hanno colto il pretesto della ribellione di Sla e Jem per fare terra bruciata nelle aree del Darfur abitate dalle etnie sedentarie africane. Nell’ultimo anno il governo ha aggravato la sua posizione disattendendo tutte le promesse fatte alla comunità internazionale e violando gli accordi con la guerriglia firmati al cospetto degli altri governi africani. Ha promesso di sciogliere le milizie dei janjaweed e di processare i colpevoli, e invece li ha aggregati alle proprie forze di sicurezza: le Forze popolari di difesa, la Polizia popolare, la Polizia nomade e soprattutto l’Istikhbarat Al-Hudud, una sorta di intelligence responsabile di quel che accade lungo i confini: fa parte dell’esercito ma è controllata dai servizi segreti militari. Ha concordato coi guerriglieri, nel contesto dell’armistizio firmato nell’aprile scorso a N’Djamena e integrato dai protocolli di Abuja in novembre, di non utilizzare l’aviazione, che tante vittime innocenti ha fatto fra i civili, e invece ha continuato a bombardare: il 26 gennaio più di cento civili sono rimasti uccisi nel bombardamento di Rahad Kabolong. La strage è stata compiuta esattamente il giorno dopo la firma di un accordo fra Karthoum e la Ue che ha sbloccato 450 milioni di euro di aiuti europei al regime, congelati dal 1990.
Ha promesso di proteggere gli sfollati nei campi di raccolta, e invece ha spesso affidato la loro “protezione” agli stessi che li avevano aggrediti, ha costretto con la forza gli sfollati a tornare nelle zone insicure da cui provenivano, ha compiuto arresti e intimidazioni. Nonostante tutti questi falli la comunità internazionale stenta a reagire, e qui va citato il nome del secondo grosso responsabile della tragedia del Darfur: il Consiglio di sicurezza dell’Onu, che nella corrente settimana è riunito ancora una volta senza riuscire a votare una nuova risoluzione attesa da tre mesi. Mentre il bilancio di vite umane perdute continue a peggiorare e le prove della cattiva volontà di Khartoum si accumulano, i 15 membri non trovano l’unanimità. I tre “avvocati” del regime sudanese sono Cina, Russia ed Algeria, che si oppongono a quasi tutte le misure punitive proposte contro Karthoum: gli affari col regime e la solidarietà fra arabi sono per loro più importanti.

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