Se ritorna Gesù (e il “fa che io t’ami sempre più”)
Roma. Giornali, radio, Tv ne stanno parlando poco e con molta reticenza, ma Il Sinodo dei Vescovi che si sta svolgendo in Vaticano e che si protrarrà fino al 27 ottobre 2001 sul tema «Il vescovo Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo» è un appuntamento cruciale per il futuro della Chiesa cattolica, pari se non superiore per importanza e implicazioni ai sinodi finora svolti ed all’ultimo Concistoro.
Il partito dei “riformatori”
Il dibattito è molto articolato e composito, ma si può già fare un primo bilancio. Da una parte sono schierati i Vescovi che possono essere chiamati “riformatori”, quelli cioè che di fronte alle sfide enormi che il mondo pone alla Chiesa cattolica, propongono una riforma radicale della struttura Ecclesiastica, con le Conferenze Episcopali che dovrebbero sostituire la Curia; i presidenti delle Conferenze Episcopali che dovrebbero diventare dei pontefici di chiese regionali e continentali, con piena libertà non solo in termini di potestà ma anche di interpretazione del magistero e della dottrina. Pur assicurando l’unità con Roma, una riforma del genere indebolirebbe ovviamente il ruolo e l’autorità del Vicario di Cristo. Infatti gli stessi “riformatori” propongono che il Sinodo diventi vero centro dell’autorità, in un contesto in cui i presidenti delle Conferenze Episcopali verrebbero eletti automaticamente senza conferma del Papa. Il pontefice insomma non potrebbe più deliberare niente senza il parere indipendente del Sinodo. Una decentralizzazione che porterebbe ad un ulteriore burocratizzazione dei Vescovi, alla divisione tra Chiese locali e potere centrale, nei fatti un vero indebolimento della Chiesa cattolica di fronte ai propri fedeli ed al mondo. Interventi in questo senso sono stati fatti dal cardinale Godfried Danneels, Arcivescovo di Bruxelles e dai Vescovi: Amédée Grab, Vescovo di Chur, Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (Svizzera), Norbert Brunner, Vescovo di Sion (Svizzera), José Mario Ruiz Navas, vescovo di Portoviejo (Ecuador) e presidente della Conferenza Episcopale dell’Ecuador e da Patrick James Dunn, Vescovo di Auckland (Nuova Zelanda). In questo contesto monsignor Dunn ha addirittura chiesto una riforma del sacramento della penitenza, evitando la confessione. Il cardinale Carlo Maria Martini, che fino a prima del recente Concistoro è stato il principale esponente di questa linea di riforma, si è mostrato distante e distratto. Ha disertato la prima riunione dei circoli minori, per andare ad un congresso organizzato dalla Sant’Egidio, sul dialogo tra islam e cristiani.
Standing ovation per Meisner e Ratzinger
Nonostante una certa foga e l’attenzione particolare riservata loro da parte di quei mass media, cosiddetti “riformatori” sono apparsi una minoranza nell’Assemblea. Nessuno dei loro interventi è stato applaudito e, quel che è più singolare, l’aspetto più interessante dell’assise si sta rivelando, non il confronto tra cosiddetti “progressisti” e “conservatori”, ma il dibattito che sta emergendo nella parte maggioritaria dell’Assemblea. Molti Cardinali, Vescovi e Arcivescovi hanno analizzato in maniera molto chiara la situazione di pericolo per la fede, e per questo hanno proposto una vera radicalizzazione nell’identità e nel comportamento del Vescovo. Significativo a questo proposito l’intervento dell’Arcivescovo di New York, cardinale Edward Michael Egan, che ha delineato la figura di un’autorità ecclesiale che non sia succube della “cultura dominante” e che non abbia paura di testimoniare Cristo in una società secolarizzata. L’essenza dell’analisi e del programma di questo gruppo di Vescovi è stata chiaramente espressa negli interventi dell’Arcivescovo di Colonia (Germania) Joachim Meisner e del cardinale Joseph Ratzinger. Non è un caso che i loro interventi siano stati i più applauditi. Ha detto Meisner: «La crisi di fede nella Chiesa è espressione della più grande crisi della cultura, ma anche conseguenza di una forma di auto-secolarizzazione per la quale sono corresponsabili gli organi della Chiesa, ad esempio anche coloro che esercitano il ministero episcopale. L’episcopato di fatto soffre non soltanto di una perdita di autorità che viene dall’esterno, ma – involontariamente – favorisce anche la rinuncia all’autorità che viene dall’interno. Da quest’analisi deriva l’urgenza di una testimonianza forte e autorevole da parte dei Pastori. Il Vescovo non è un pio credente privato, ma un testimone pubblico. Egli deve affrontare i problemi presenti nel mondo ecclesiale, non soltanto per salvare se stesso, ma anche per difendere la fede, per correggere gli errori e per approfondire la verità. Egli non può prescindere dalla situazione effettiva della fede nella società, ma deve rendere testimonianza alla fede considerandone anche i pericoli e i danni». Dopo aver fatto esplicito riferimento all’intervento di Meisner il cardinale Ratzinger ha spiegato: «Il munus docendi affidato al Vescovo è un servizio al Vangelo e alla speranza. La speranza ha un volto e un nome: Gesù Cristo, il Dio-con-noi. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza. Essere al servizio della speranza vuol dire annunciare Dio col volto umano, col volto di Cristo. Il mondo ha sete di conoscere, non i nostri problemi ecclesiali, ma il fuoco che Gesù ha portato sulla terra. Soltanto se siamo divenuti contemporanei con Cristo, e questo fuoco è acceso in noi stessi, il Vangelo annunciato tocca i cuori dei nostri contemporanei». «Il problema centrale del nostro tempo – ha proseguito Ratzinger- è lo svuotamento della figura storica di Gesù, perché un Gesù impoverito non può essere l’unico salvatore e mediatore, se viene sostituito con l’idea dei “valori del regno” e diventa una speranza vuota». Per questo ciò che è davvero necessario è «tornare con chiarezza al Gesù dei Vangeli, al vero Gesù storico» e i vescovi devono avere «il coraggio di giudicare e di decidere con autorità in questa lotta per il Vangelo». Compito del pastore infatti non dev’essere quello di «decidere sulle questioni degli specialisti, ma sul riconoscimento della fede battesimale, fondamento di ogni teologia», perché «la fede – ha concluso – è il vero tesoro della Chiesa».
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