Se Sharon è rude, Arafat è Karine
Mi sono svegliata con un sussulto. Avevamo conversato fino a tarda notte con i nostri figli sull’operazione “Arca di Noé”. Un pugno di ragazzetti della loro età si erano calati nella notte da un elicottero Black Oak, con delle corde su una nave. Negli stessi dieci minuti altri loro compagni, avvolti dalle tenebre si avvicinavano sui gommoni intorno ad essa, una nave qualunque all’apparenza, una petroliera forse. Prima che se ne potessero accorgere, proprio come nei film di Sylvester Stallone, gli unici tre uomini svegli di tutto l’equipaggio avevano una pistola puntata alle tempie, proprio come nei film di Schwarzenegger, e senza un graffio da parte di nessuno, senza un grido, senza una qualunque mossa falsa. Perfetto, molto, molto più perfetto e impeccabbile che in un film, dove abbondano spari e sangue, i ragazzini diciannovenni del “Commando del mare” dell’esercito israeliano, si portavano a casa, a Eilat, 50 tonnellate di promesse di morte. 50 tonnellate di sogni iraniani sulla “Nuova soluzione finale del popolo ebraico”. 50 tonnellate, tantissime, persino ad immaginarle, di dollari e euro che sarebbero stati una benedizione per ripristinare fognature, abitazioni decenti, elettricità, gas e acqua corrente e potabile a Ramallah, a Genin, a Tul Karem, a Gaza…..
“Ma cosa vogliono, distruggere tutto?”
Avevamo visto il bollettino, la tensione tra India e Pakistan, la costruzione del nuovo centro nucleare in Iran, uno dei miei figli, ha solo 16 anni, si é rivolto verso di me e mi ha detto: «Ma sono tutti impazziti? Che cosa stanno cercando di fare di distruggere tutto?». Gli ho risposto solo con gli occhi, ma penso che abbia capito lo stesso. Che io stessa non ho risposte. Abbiamo parlato di responsabilità. Di cosa spinga dei ragazzi cosi giovani a tanto coraggio, a tanta audacia, a sacrificare tanti anni della propria gioventù per abituare i propri cinque sensi, fino allo spasimo, a difendere, a d-i-f-e-n-d-e-r-e la propria casa, i propri cari. Sui giornali c’era una cartina del terrificante disegno di morte che preannunciavano quelle 50 tonnellate di armamenti: dal nord al sud di Israele, lungo la sponda del Giordano, dove sorgono le cittadine palestinesi: Genin con i katyusha puntati su Afula, Tul Karem su Natania, Calkilya su Tel Aviv, Ramallah su Gerusalemme, Gaza su Ashdod.
C’erano armi speciali, studiate appositamente per colpire oltre i 20 km di distanza , quel che basta per assicurare il successo, la sicurezza dell’annientamento di una città israeliana.
Quando mi sono svegliata stamani con quel sussulto mi sembrava, come in incubo lontano, di sentire l’odore del Ciklon B, quello di Birkenau, delle camere a gas. Avevo la nausea tipica di chi sente la rabbia dell’incomprensione intorno a sé. L’orgoglio nei confronti dei miei figli, nei confronti di quei ragazzi che farebbero sognare gli stessi Stallone e Shwarze-negger, l’ammirazione nei confronti del mio compagno che discorreva con i nostri figli di responsabilità, di organizzazione, di rispetto, di determinazione, mi sembravano una cosa irreale.
Antisemitismo,
stavolta non sono i nazisti…
Le parole dure dell’articolo di Fiamma Nierenstein sul raccapricciante rigurgito di antisemitismo che imperversa in questa nuova, splendente, scintillante Europa unita, mi tuonavano nella mente: «Dall’11 Settembre sono state bruciate e profanate più Sinagoghe che nella notte dei cristalli, ragazzi ebrei assaliti all’uscita di scuola, affermazioni faziose e menzognere nei confronti di Israele e del popolo ebraico nella Diaspora…». E pensavo, mi costringevo a pensare: «Non è possibile che il mondo sia disposto a questo nuovo sacrificio. Il fumo dell’Olocausto, 60 anni fa, sembrava aver offuscato tutto! Non è possibile che si possa odiare a tal punto un popolo. Non è possibile che in quelle camere dove stiamo entrando non ci sia veramente acqua per farci la doccia. Gas? Che sciocchezze! Abbiamo viaggiato così a lungo per arrivare qui, in quei vagoni blindati, senza aria, senza servizi, con i soldati dalla croce uncinata che ci picchiavano, che ci imprecavano addosso. E tutte quelle paludi che abbiamo bonificato, quel deserto che abbiamo fatto fiorire, le Università dove si fanno le ricerche più avanzate del mondo. Non è possibile che ci vogliano ancora una volta eliminare». Mi si intrecciava tutto nella mente come in una danza selvaggia di streghe intorno a un fuoco…
Stavolta è la sinistra, stavolta sono i”buoni”
Caro strano incomprensibile mondo. Forse immagini di preparare la tua coscienza e le spalle a una nuova tragedia. Ma stavolta la situazione è più imbarazzante: non sono i pagani né i babilonesi e neanche i nazisti a fomentare odio, inganni, menzogne e bassi sentimenti: stavolta è la sinistra – ah, delusione cosciente per me che vivo in un kibbutz socialista! – stavolta è la sinistra di tutto il mondo oscurantista a guidare le masse, stavolta sono i musulmani, quelle frange impazzite che si stanno impossessando del timone dell’islam, quelli che di D-o e del Corano non hanno capito nulla. Stavolta sono i “Buoni”… Cari “amici buoni”, fidatevi, provate a sforzarvi di guardarci sotto un’altra luce, senza stigmi, stereotipi e pregiudizi: noi ebrei abbiamo molta esperienza di corsi e ricorsi storici e non abbiamo alternativa, qui, in Israele, dobbiamo continuare a vivere e a difenderci, abbiamo il dovere nonostante la nostra nobile solitudine ad educare le nostre generazioni all’audacia, alla verità, al coraggio delle proprie azioni. Voi continuate a deformare tutte le notizie che arrivano dal medioriente, noi sappiamo benissimo qual’è la cosa giusta da fare: sopravvivere. Non sarà la prima volta che combattiamo anche per la giustizia degli altri. Rappresentanti di un falso Umanitarismo a senso unico, fatevi un bello e profondo esame di coscienza. Prima che sia troppo tardi. Anche per voi.
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