Se è Stato così, non va bene

Di Respinti Marco
29 Marzo 2001
Ogni tre mesi da dieci anni, Persone, Imprese & Istituzioni esce sotto la direzione di Simona Beretta, docente di Economia internazionale all’Università Cattolica di Milano, e a cura del Crisp, il Centro di Ricerche Interuniversitario sui Servizi di Pubblica Utilità alla Persona dell’Università degli Studi del capoluogo lombardo, oggi dislocato al “polo della Bicocca”

Ogni tre mesi da dieci anni, Persone, Imprese & Istituzioni esce sotto la direzione di Simona Beretta, docente di Economia internazionale all’Università Cattolica di Milano, e a cura del Crisp, il Centro di Ricerche Interuniversitario sui Servizi di Pubblica Utilità alla Persona dell’Università degli Studi del capoluogo lombardo, oggi dislocato al “polo della Bicocca”. Occupandosi tematicamente di «cultura economica e giuridica della sussidiarità», risponde a un bisogno reale: pensare — prima d’implementare — il privato sociale, il no profit che ricava per investire e non per intascare, la libertà d’intrapresa, la decentralizzazione, l’antistatalismo. E poi, post factum, rifletterci sopra. Non per intellettualizzare allegramente, ma per agire efficacemente. Nel decisionismo schmittiano, l’azione precede il pensiero, ma aumenta il rischio di prendere lucciole per lanterne. Che abbagliano come nel caso delle privatizzazioni a metà, del federalismo ipocrita, delle false riforme del mercato o del terziario (avanzato e non). Il tedesco Wilhelm Röpke propugnò una humane economy che si addice perfettamente anche a questo periodico di “economia a misura di uomo”. Risalendo a ritroso, il fascicolo più recente di LineaTempo. Itinerari di ricerca storica e letteraria — quadrimestrale diretto da Andrea Caspani, docente di Storia nei licei, oggi al suo quinto anno di edizione — va alle radici della questione Stato-società, pubblicando (fra l’altro) un dossier sull’Insorgenza e sulla questione dell’identità popolare nell’Italia del periodo 1796-1814. Ossia, come e perché gl’italiani oppressi dal bigottismo centralistico giacobino decidevano di dire basta. E questo in nome di un corpus di libertà concrete che fotografava (fotografa) gli aspetti materiali della sua vera identità storica e culturale. Quasi a dire: chi sbaglia storia, sbaglia politica. Ma anche economia, cultura d’impresa, orizzonte prospettico, senso della gerarchia (e del limite) fra i diversi livelli del potere.

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