Se un nome non basta
L’Italia ha oltre ottomila chilometri di coste. Solo cinque delle venti regioni italiane non hanno sbocco sul mare. Una vecchia canzone diceva: “Abbiam tre mari, abbiamo tanto pesce!” Insomma, per l’Italia il mare è sempre stato importante: Caio Duilio, “navigare necesse”, le repubbliche marinare, Colombo, Verrazzano; Lepanto! E così il ministro dell’Ambiente ha modificato il nome del ministero, aggiungendovi la dizione “del mare”.
La modifica voleva indicare una maggior attenzione al mare, una più accurata programmazione degli interventi sulle acque e sulle coste; la promozione dell’Icram, istituto di ricerca sul mare anche in campo internazionale. Al suo magro bilancio sono stati tagliati cinquecentomila euro e il vertice dell’Ente è stato manipolato. Infatti il dignitoso Folco Quilici, un “non ricercatore” che tuttavia gode di notorietà mondiale per la sua attività di divulgazione sui temi del mare, è stato sostituito da tale Carugno, ex capo di gabinetto, ex avvocato dello Stato, ignaro di qualunque cosa marina, al quale occorreva trovare un posto e uno stipendio: è stato nominato Commissario dell’Istituto. Per sostenere la sua scarsità di conoscenze specifiche si è poi pensato di affiancargli un uomo del giro di Pecoraro Scanio, un verde calabrese di nome Mainenti, in qualità di subcommissario; poi, dopo la bocciatura della nomina da parte della Corte dei Conti, nel più modesto, ma non meno retribuito, ruolo di consigliere del commissario.
Ancora: l’uomo di punta della Cgil è sempre stato un dirigente, tale Greco, che si proclamava martire della destra e creditore della sinistra. Puntualmente Greco è stato nominato commissario dell’Ente e c’è rimasto per oltre quattro mesi nonostante la nomina sia stata annullata dalla Corte dei Conti. Non osando nominarlo direttore generale, è stato costituito in direttore scientifico: poi ci si è ricordati che questo incarico non esiste nell’Icram, e si è ripiegato sulla nomina a consigliere scientifico del ministro, con altri numerosi e ben retribuiti incarichi. Le morali di questa storia? Pecoraro non sa amministrare e la Corte dei Conti se ne è accorta. I consulenti del ministro anche se sono direttori generali e aspettano di diventare capi dipartimento, sono ignoranti e non sanno scrivere i provvedimenti. L’appartenenza alla Cgil, con questo governo, paga. Così è, se vi pare.
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