Se vendetta e pena di morte sono un’idea, il perdono è l’Erba della vita

Tanto naturale è la vendetta, tanto frustrante è opporre morte alla morte. Se quella del taglione è legge primordiale e, come insegna il catechismo cattolico (articolo 2267), la pena di morte è legge legittima, una cosa è sicura: i morti non ritornano, la giustizia è la fede, Cristo è risorto e tutti saremo giudicati da Cristo poiché «alla sua presenza noi tutti siamo destinati» (Oscar Wilde). Il quadro esistenziale in cui si colloca la vicenda di Erba lo scolpisce in maniera mirabile Marina Corradi, qui alla pagina 25. Il male è lo scempio che ne consegue in un’umanità che, magari in nome dell’ordine, della giustizia, della pulizia, si lascia vivere nel coltivato odio («Mi sembravano diavoli», ha detto il sopravvissuto alla mattanza). Mentre il bene è semplice, anche se non è facile, e viene dal riconoscere anzitutto il male proprio, e dal «chiedere di essere ogni mattina liberati da un Padre», come scrive Marina Corradi. Solo le parole di perdono sentite da un padre, Carlo Castagna, ci assicurano che morte e disperazione non sono il giudizio definitivo su questa tragedia. E su tutta la storia. Meriterebbe un Pulitzer l’ignoto collega dell’Ansa che le ha registrate per primo. È l’unica notizia che resta dopo la piena dell’emozione che ha inchiodato l’Italia ai tg di giovedì 11 gennaio. «Perdono». Questo è il giudizio ultimo e definitivo del cristiano, la natura della misericordia che, dice Shakespeare, è al di sopra di tutto, compreso il “potere scettrato” dei commentatori autorevoli, dei giudici e dei re. Ecco cos’è un inizio di novità: «Bisogna perdonare, non si può non perdonare. Bisogna dire: Signore metti loro una mano sulla testa». Tutto il resto è cronaca, sociologia, psichiatria, criminologia, atti processuali, colore. E, verosimilmente, tanti ergastoli quanti sono i morti di Erba.

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