Se vincesse Fo…

Di Esposito Francesco
08 Dicembre 2000
Secondo i circoli ambientalisti italiani, l’obbligo di passare le domeniche in bicicletta, la benzina a 3200 lire, la realizzazione di progetti di “città senz’auto”, le giornate di “sciopero dello shopping” e la lotta contro il consumismo di Natale, i centri commerciali, i Mc Donald e le multinazionali sarebbero ricette serie per la creazione un’autentica democrazia popolare. E la storia dice che hanno proprio ragione

Francesco Rutelli, uno dei fondatori dei “Verdi Arcobaleno”, è stato il primo ministro dell’Ambiente (governo Ciampi, 1993) a presentarsi al giuramento davanti al Capo dello Stato in motorino, come gesto simbolico contro l’inquinamento e il traffico delle grandi città. E il suo consigliere Ermete Realacci, presidente di Legambiente, auspica un aumento della benzina fino a 3,200 lire se l’Ulivo vincerà le elezioni. Intanto il Wwf e il (quasi) candidato sindaco di Milano Dario Fo raccolgono firme per ottenere “Città senz’auto”, mentre i locali seguaci bertinottiani del “popolo di Seattle” hanno svolto la prima giornata di sciopero contro lo shopping e seguitano a marciare contro Mc Donald. “Ma che novità è?” illustra bene Waldemar Hanasz (originario di Poznam, Polonia, e dal 1992 Professore Associato di Filosofia al Rockford College, Illinois, Usa, e Visiting Professor all’Università statale di Bowling Green, Ohio, Usa) nel suo saggio “Le automobili e il loro ruolo nel crollo del comunismo in Europa dell’Est”. “Fino a qualche anno fa, all’est si utilizzavano soltanto tram elettrici, qualche autobus e, soprattutto, le metropolitane, il gioiello dei governanti (che per la loro costruzione ricorrevano anche alla gentile manodopera gratuita dei campi di rieducazione). Le strade erano in condizioni precarie, a stento asfaltate. Le autostrade, praticamente, non esistevano”. Al loro posto una verdeggiante e solitaria campagna tagliata soltanto dai binari di qualche linea ferroviaria “quelle tra le città importanti. Nei paesi più piccoli, non c’erano collegamenti diretti, così si potevano impiegare anche 10 ore per coprire 150 chilometri. C’erano, inoltre, pochissimi benzinai – la benzina era carissima – e pochi spazi urbani adibiti a parcheggio. Altri servizi, erano semplicemente sconosciuti: ad esempio i meccanici o gli autolavaggi”. In alcune di queste contrade, le più fortunate, i politici “avevano messo al bando le autovetture private”. Del resto, chi avrebbe mai voluto (o potuto…) abbandonare il proprio delizioso paese a bordo di un’auto? “L’acquisto di una vettura seguiva un meccanismo piuttosto complicato. Le automobili facevano parte dei beni di lusso, al pari di appartamenti e telefoni, sotto stretto controllo statale. Per comprarle occorreva un coupon di autorizzazione dallo stato. Ogni anno i dirigenti delle grandi industrie e degli enti istituzionali, come gli ospedali e le università, ricevevano pochi di questi coupon da distribuire tra i dipendenti… comunque – per salvaguardare la democrazia – chi non riusciva ad ottenerne uno poteva sempre seguire un’altra strada. Una forma di ‘credito al rovescio’: un credito cioè che non veniva garantito dal venditore, ma dall’acquirente. Chi comprava un’autovettura, doveva pagare fin dall’inizio l’intero prezzo di listino – il doppio di quello riservato a chi aveva l’autorizzazione statale, nella migliore delle ipotesi l’equivalente di due anni di stipendio – e poi aspettare di poter guidare l’automobile che già possedeva”. Dieci anni, in media. Naturalmente, con l’inflazione galoppante, “l’aspirante automobilista finiva per sborsare molto, molto altro denaro”. Ma, più spesso, le automobili semplicemente “non erano disponibili sul mercato”. Un mercato controllato che però, oltre alle autovetture e ai frigoriferi, “talvolta non assicurava nemmeno latte e pane”. Eppure si teneva in gran considerazione l’agricoltura, anche se, naturalmente, depurata di tutte quelle metodologie sofisticate e globalizzanti di stile americano. A onor del vero, qualcuno ha insinuato dubbi sul fatto che i contadini ne fossero poi davvero contenti: forse per via di quanto accadde “quando, nel 1940, venne autorizzata la proiezione educativa (poi subito interrotta) del classico di John Ford, ‘Furore’, film-documento sulla disintegrazione di una famiglia di braccianti americani ridotti sul lastrico dal sistema capitalistico, basato su una storia di povertà senza speranza scritta da John Steinbeck. Il film suscitò una sorprendente quanto inattesa reazione del pubblico: la gente usciva dalle sale di proiezione di malumore, invidiosa del fatto che negli Usa perfino i più poveri possedessero automobili e furgoni e i contadini, anche dopo essere stati allontanati dalla terra, potessero sperare di rifarsi una vita altrove. Come a dire: un film tragico di denuncia si era trasformato in un messaggio di speranza per le facce grigie dei lavoratori delle fattorie collettive, simili peraltro a quelle degli operai pendolari dai vestiti sbiaditi in forza alle industrie di stato”. Cos’è rimasto oggi di queste democrazie popolari così all’avanguardia nella tutela della libertà e della salute fisica dei propri cittadini? Città ancora senza infrastrutture, un sistema economico obsoleto e i murales del socialismo reale, alla fermata del metrò moscovita di Komsomolskaja. Quelli fatti realizzare da Iosif Visiavonovic Dzugasvili, detto ‘il sole della Russia’”. Meglio noto come Stalin. Padre di quel comunismo ambientalista che ci ha lasciato in eredità milioni di uomini affamati che migrano disperati da esta a ovest, da Chernobyl e dal Mar Caspio, dalle rive del mar Bianco a quelle dei fiumi e dei campi appestati dai veleni. E che però non hanno il condizionatore d’aria e non hanno automobili che producono effetti serra.

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