SE A YALTA CI FOSSE STATO BUSH

Di Respinti Marco
26 Maggio 2005

Grazie signor presidente per quel che a Riga, il 7 maggio, ha detto dei famigerati “Accordi di Yalta” che spaccarono il mondo in due consegnando al massacro e all’oblio popoli interi. Il presidente è quello degli Stati Uniti, George W. Bush. Chi così gli si rivolge è Phyllis Schlafly. A vederla parrebbe una nonnetta tutta cucina&cucito. Ma se nonnetta è, certamente si tratta di quella di Gatto Silvestro, capace di turbinare ombrello e borsetta sulla testa dei liberal. La controcultura l’ha odiata così tanto che il gruppo punk Dead Kennedys la mise persino nel testo di una canzone definendola “fascista”.
Nata nel 1924 a St. Louis (Missouri), cattolica, nel 1972 ha fondato l’Eagle Forum, un’organizzazione a difesa della famiglia che l’ha posta a capo del movimento femminile antifemminista. Famosa è la sua battaglia, sempre vittoriosa, contro il principale obiettivo giuridico del movimento femminista, il cosiddetto “Equal Rights Amendment”, un emendamento alla Costituzione federale che comporterebbe un pericoloso iperattivismo della magistratura.
Autrice di 20 libri, da 38 anni pubblica la lettera d’informazione The Phyllis Schlafly Report: è qui, sull’ultimo numero della newsletter, che ringrazia Bush per quelle sue benedette parole. A tipi come la Schlafly non pare vero che Bush jr. dica oggi quello che ella, e i conservatori doc come lei, hanno sempre potuto dire solo in ambienti ristretti o targati, seppur importanti e influenti. Per loro è il ripudio netto di quella linea politico-culturale che, inaugurata da Franklin D. Roosevelt appunto a Yalta, ha configurato un clamoroso cedimento anzitutto morale.

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