Second life. La mia doppia vita

Poiché il virtuale è solo un avanzo presentabile del grottesco, alla fine non poteva mancare il Grande Fratello. È successo così che in Second Life (SL) – l’isola di Utopia più trendy del momento – è approdata pure la Endemol, incoraggiando e selezionando concorrenti alter ego disposti per un centinaio di giorni a vivere in una casa. Che non esiste, se non virtualmente. Con gente che non esiste, ma che smania dalla voglia di esserci, almeno sotto forma di bit, in quella abitazione che, nella first life, è la casa più virtuale che ci sia. La faccenda, si intuisce, è perlomeno ingarbugliata. E merita una spiegazione anche per chi non è cresciuto a pane e mouse.
«Un mondo digitale in 3D online, immaginato, creato e posseduto da chi ci abita» è lo slogan di Philip Rosedale, giovane e genialoide fisico trentunenne di San Francisco, presidente della società Linden Lab, che il 23 giugno 2003 ha messo online SL, un software che dà accesso a un immaginifico mondo virtuale tridimensionale. Nel sito ci si può togliere qualche soddisfazione di rivalsa, divenendo i creatori di se stessi, gli artefici di un’esistenza in cui si toglie alla natura l’incombenza di scegliere per noi i lineamenti del viso e il sesso, in cui si vola come dei supereroi, in cui i capelli del capo sono contati non da Dio, ma dalla tastiera del computer. Dove non si muore, non si invecchia, non si fa la guerra – le armi sono vietate – ma solo tanto amore – in ogni sua acrobatica posizione. L’idea di Rosedale è diventata un successo planetario. Quando nacque, SL aveva mille iscritti. Il 18 ottobre 2006 erano un milione. Il 14 dicembre, due. Oggi sono più di cinque milioni gli utenti attratti dall’idea di potere avere una doppia vita senza la seccatura di dovere rendere conto a qualche bisbetica consorte. Secondo un recente sondaggio, che tenderebbe a rinfrancare l’ipotesi di un Occidente sempre più stanco di sé, il 54 per cento degli iscritti è europeo, il 31 per cento statunitense.
è tutto molto semplice e tutto molto anonimo. Ci si iscrive al sito. Ci si battezza con il nome che piace. Si costruisce il proprio avatar (l’alter ego virtuale, cui si possono dare le fattezze acqua e sapone della vicina di casa o quelle del ganzo da discoteca, volendo anche il corpo umano e la testa d’animale). Si accede alle isole tridimensionali. Di qui in poi sono la libertà e la creatività a farla da padrone, secondo alcuni. L’anarchia e la noia, per altri. Come il lapidario Michele Boroni, consulente di marketing ed esperto di nuove tendenze di Vanity Fair e Style: «Mi pare uno di quei fenomeni a cui tutti vogliono partecipare, più per moda che per altri fini. Ci ho fatto un giro e mai più ci tornerò. L’impressione che ne ho avuto è stata quella di un film di Romero: un posto da morti viventi».

Dollari reali
SL è gratuito, ma poiché l’internauta è un utopista che non bada a spese, la vicenda si fa più intrigante nel caso si scelga di investirvi. La Linden Lab vende appezzamenti di terreno virtuale di 512 metri quadrati sui quali si pagano affitti mensili di circa 8 dollari. Perché in questo universo tutto è molto parallelo tranne il denaro, il linden dollar, che si acquista tramite carta di credito. Trecento linden corrispondono a un dollaro reale, ma il valore è soggetto a oscillazioni che gli utenti possono seguire come in una vera e propria Borsa. I linden si possono riconvertire in moneta reale tramite la società di Rosedale. Come moderni pionieri del West, gli avatar, con terra e denari, si costruiscono il destino che desiderano, si inventano così come si vorrebbero, irrigano di sé ogni aspetto del mondo irreale. Come ha dichiarato l’ideatore: «Realizzano uno spazio da modificare coscientemente per riflettere il proprio ego». In SL gli slifers (i residenti) edificano la propria casa, la propria attività, se stessi. Tutto ciò che esiste è frutto di inventiva e capricci, dalla forma delle abitazioni agli orecchini, dal giornale del mattino al colore dei capelli. Tutto ha un prezzo, ovviamente, e chi è riuscito a monetizzare le proprie fantasie ne ha tratto profitti molto reali. è il caso dell’avatar Anshe Chung che nel 2006 ha annunciato di aver ammonticchiato il suo primo milione di dollari (veri) vendendo case di pixel. Business Week gli ha dedicato la copertina di novembre.

Da Garibaldi a Nancy Pelosi
In tale contesto la Endemol, la casa produttrice del Grande Fratello, ha annunciato che riproporrà il format nel regno dei format di SL. Sono iniziate così le selezioni dei 15 avatar. Il vincitore, scelto dagli altri slifers, vincerà un premio di 1.650 dollari (veri). La Endemol non è l’unica società ad essersi interessata alla creazione di Rosedale. In questa terra di pixel hanno aperto un’attività Apple, Sony, Sun Microsystem, Intel. Mazda e Toyota vi hanno presentato modelli di auto. Microsoft vi ha lanciato il nuovo software Vista. Tmp Worldwide, società di cacciatori di teste, vi ha effettuato colloqui di lavoro. La 20th Century Fox vi ha proiettato in un simil cinema l’anteprima di X-Men conflitto finale. L’immobiliare Gabetti ha creato modelli di ville virtuali che poi vende (anche) nella realtà. La Reuters ha aperto una propria filiale in cui lavora Adam Pasick il cui avatar, Adam Reuters, raccoglie informazioni interne al mondo virtuale. First, il mensile di Panorama, ha inaugurato la propria redazione durante una festa cui sono state invitate le personalità del mondo sintetico. «L’investimento – ha scritto First – è costato alla Mondadori quattro milioni di linden dollar». Il gruppo Repubblica-L’Espresso vi ha organizzato la presentazione della collana di libri sul Risorgimento facendovi partecipare Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Cavour. Un successo, ha scritto Repubblica, all’insegna di illusori quesiti che i partecipanti al party hanno potuto rivolgere ai tre personaggi storici. Alla domanda se oggi sarebbe stato di destra o di sinistra lo pseudo Garibaldi ha risposto «sicuramente di sinistra»; alla richiesta se oggi il motto «libera Chiesa in libero Stato» è d’attualità, il Cavour di pixel ha sentenziato: «Oggi più che mai».
Non solo il mondo economico e editoriale si è accorto del fenomeno. Pare che l’Unione Europea sia intenzionata ad aprirvi un ufficio. Chi l’ha già fatto sono i candidati alle presidenziali francesi (Ségolène Royal, Nicolas Sarkozy e Jean-Marie Le Pen) e il candidato democratico statunitense John Edwards nonché la speaker democratica del Congresso Nancy Pelosi. Seguendo le orme del ministero degli Esteri svedese, che ha annunciato l’apertura di una propria ambasciata, anche la Farnesina ha paventato una simile opzione. L’idea è quella di aprire un Istituto italiano di cultura per «dare un nuovo slancio alla promozione della creatività italiana». Col medesimo intento anche la Regione Toscana ha emanato un comunicato stampa in cui ha reso noto il suo «ingresso ufficiale» nel mondo virtuale. E Antonio Di Pietro ha comprato un appezzamento di terreno dove ha piantato la bandiera dell’Italia dei Valori. Non tutti hanno apprezzato. Tra gli slifers italiani a più d’uno è sorta la domanda: «E fare qualcosina in più per la real life?».

Fumare non nuoce alla salute
In un mondo dove non esiste il contatto fisico ciò che conta è l’apparenza. Per questo SL è il paese dei balocchi di tutto ciò che è modaiolo, bizzarro, anticonformista. Esiste un giornale, The Avistar, che si occupa solo di pettegolezzi virtuali, si organizzano da mane a sera party per conoscersi, concerti (famoso quello in cui hanno cantato le controfigure degli U2), serate mondane in cui si sorseggiano Martini che non ubriacano, si fumano sigarette che non tabaccano l’alito, si consumano droghe che non inebetiscono. Soprattutto, si gioca d’azzardo nei casinò, tanto che, pare, l’Fbi ha avviato dei controlli. Lo conferma a Tempi Riccardo Raneri, ideatore di secondlifeitalia.it. «Nei casinò ho visto molta gente rovinarsi», spiega. «Di SL mi piace la solidarietà che si crea tra giocatori, ma sono spaventato dai discorsi di quegli avatar che ne parlano come della loro prima vita. Molti passano intere giornate collegati a internet, hanno abbandonato il vero lavoro spinti da guadagni illusori». Fare soldi col mondo virtuale è difficile. Secondo uno studio, sono a oggi poco più di un centinaio le persone che, su cinque milioni di iscritti, ci sono riusciti. Raneri conferma: «Diventare ricchi è arduo. Le grandi agenzie immobiliari che vi hanno investito portano a casa circa 100 dollari al mese».

Il regno dei transgender
L’unica vera attività con cui si racimola qualche linden è la prostituzione. Nell’isola di Amster-Dame si scelgono fanciulle virtuali a prezzi che oscillano tra i 250 e i 2.500 linden la mezz’ora. «Ma la prostituzione – prosegue Raneri – è diffusa ovunque». SL è un’enorme casa chiusa. Chiunque può far prostituire il proprio avatar per pochi linden, anche se non è così facile come sembra. La Linden Lab fornisce alter ego asessuati e occorre pagare per completarli degli organi genitali. Non solo, occorre anche comprare le posizioni per far muovere i propri smaniosi e lussuriosi bit. «Ho assistito a scene assurde», racconta a Tempi Fabio Zanchetta, studente torinese che sta preparando una tesi sul fenomeno. «Ho visto avatar femmine fare scenate ad avatar maschi perché avevano peni minuscoli». Che poi dietro a ogni splendida avatar-fotomodella si nasconda un uomo o viceversa, non sembra preoccupare nessuno. Racconta Raneri: «Ho provato una volta a lanciare sul forum del mio sito il tema: perchè su SL nessuno svela la propria identità? Dopo qualche mese ho dovuto chiuderlo, non solo perché nessuno vi partecipava, ma anche perché la domanda creava un certo imbarazzo». «Chi partecipa a SL – dice Zanchetta – veste una maschera e mai la toglierebbe. La maschera permette di allontanarsi da se stessi e di essere più sfrontati e disinibiti». Secondo lo psicanalista Mario Binasco, docente presso l’università Lateranense, «sul sesso, SL mi sembra un giochino adatto alla teoria del gender. è il lego dell’identità, dove si aggiungono pezzi senza avere in mente la soluzione finale».

Fatti una vita vera
Gli appassionati ne parlano come di un’esperienza religiosa. Mario Gerosa, di cui è appena uscito il libro Second Life (Meltemi), l’ha descritto come un rito di iniziazione: «Ti cambiano anche il cognome, come accade a chi prende i voti. Ed entrando qui si cambia spazio, ma anche tempo. Ogni anno trascorso in SL equivale a cinque anni passati nella vita vera. Sappiate che lì dentro subirete un sovvertimento totale dei sensi, che implica anche una certa idea di sacralità: perché entrare in un mondo virtuale è un rito, che lo si voglia o no». Nei forum si dialoga su quale debba essere la fede degli slifers. Il sito Life Church ha acquistato un’intera isola con lo scopo di convertire gli internauti al verbo di una futuristica religione. Lo psicanalista francese Michael Stora sta pensando di aprire uno studio di consulenza psicologia per avatar. La ritiene una grande possibilità: «Un tale ballo in maschera permette di lasciarsi andare, di disinibirsi, incarnando identità multiple. Questa maniera di giocare con la propria rappresentazione ha qualcosa di profondamente sano». Non così la pensa Binasco che è colpito dal fatto che in questo gioco «manchi la vera posta in gioco: cioè che la vita non sia vana. SL mi pare solo un mondo in cui tutto è merce e scambio, tanto che l’unico vero valore, reale, è il denaro, quello che guadagna la Linden Lab e quello che intascano alcuni, pochi, giocatori».
Poiché non esiste successo che non sia certificato dalla sua parodia è nato anche il sito Get a First Life!, che invita i propri utenti a «uscire di casa», per entrare in «Prima Vita, un mondo 3D analogico dove non esiste il ritardo di risposta del server». Dove si può cambiare vestito accedendo al proprio armadio, fare amicizie, lavorare, copulare con il proprio corpo. «Vi sono iscritti 6,5 miliardi di utenti». Sul sito, esiste un unico link accessibile: quello utile per acquistare slip, boxer, magliette e felpe di cotone con la scritta “Fatti una prima vita”. Costano dagli 8 ai 30 dollari. Veri.

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