Second Name

Di Simone Fortunato
07 Agosto 2003
Horror spagnolo, prelevato da qualche fondo di magazzino ad intristire un filone horror iberico, che al cinema ha ispirato più noia che inquietudine

Horror spagnolo, prelevato da qualche fondo di magazzino ad intristire un filone horror iberico, che al cinema ha ispirato più noia che inquietudine. Dopo i pessimi Darkness e Nameless, è il momento dell’irrinunciabile Second Name. Gli Abramiti sono una setta di mattacchioni ortodossi, convinti che l’angelo mandato dal Signore ad Abramo, in realtà non voleva salvare Isacco, ma ucciderlo. Dio vuole in sacrificio il primogenito e così sia: gli Abramiti uccideranno il proprio primo figlio appena nato. Ma una donna, giovane, bella e coraggiosa, si ribellerà. Gli sceneggiatori hanno dovuto sudare sette camicie per partorire un’idea del genere, ovviamente condita di tutti i riferimenti anticlericali possibili. Peccato che nella foga abramitica, si siano dimenticati di scrivere dei dialoghi, di costruire dei personaggi e di rendere almeno coerente una storia che non ha né capo né coda. E poi non se ne può più di gente che per far paura ricorre ai mezzi più bassi (bambini, crocifissi, preti). Anche far paura è un’arte e non è certo la più semplice. Non bastano più succo di pomodoro e vampiri in una stanza buia.
Di F. Plaza con E. Prior, C. Hill

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