Segnali di guerra
«T ogliere l’embargo alle vendite di armi alla Cina sarebbe un errore molto grave. Perché il governo cinese da molto tempo si prepara a fare la guerra, e vendergli armi significa incoraggiarlo a passare all’azione. Voi europei pensate che al massimo sarà una guerra fra il governo di Pechino e quello di Taiwan, forse con un coinvolgimento americano. Ma io vi dico: quando la guerra inizierà, sarà subito una guerra fra Cina e Stati Uniti, e anche voi europei sarete nei guai. Sarete trascinati nella guerra».
Le parole di Jingshen Wei mettono a disagio. Da anni ci siamo abituati a non vedere più nella Cina una minaccia militare, ma esclusivamente commerciale. Le ripetute richieste di parte europea per la levata dell’embargo – da ultima quella di Romano Prodi in missione in Oriente – sono parte di questa percezione generalizzata, che alimenta gli appetiti commerciali e ottunde l’intuito politico. Il problema è che il guastafeste Wei non è un esaltato qualunque: si tratta del più famoso dissidente cinese del mondo, premio Sakharov e premio Robert Kennedy 1996, l’autore di La quinta modernizzazione: la democrazia e altre questioni, il pamphlet del 1979 che segna l’inizio del movimento per la democrazia in Cina. Figlio di dirigenti comunisti e attivista della Rivoluzione culturale, Wei è entrato in dissidenza subendo 16 anni di lager prima di essere liberato per intercessione di Bill Clinton ed espulso dal paese nel 1997. A Siena Fondazione Liberal l’ha insignito il mese scorso del premio Stefano Bentiveglia.
Quant’è attendibile il pronostico di Wei? Se la modernizzazione tecnologica delle forze armate è un indicatore di una belligeranza a venire, la Cina potrebbe essere il paese più pericoloso del pianeta. Secondo Richard Fisher, analista dell’International assessment and strategy center di Washington, nei 15 anni successivi alla prima guerra del Golfo la Cina ha attuato «il più grande potenziamento militare di cui il mondo sia stato testimone dalla fine della Guerra fredda». Secondo le stime del Sipri, l’Istituto internazionale di ricerche per la pace di Stoccolma, nel decennio 1994-2003 la Cina ha acquistato all’estero armamenti per 13 miliardi di dollari. La maggior parte di essi proviene dalla Russia, che nell’ultimo quinquennio ha spedito a Pechino ben il 43 per cento di tutte le sue esportazioni di armi sotto forma di aerei caccia, navi da combattimento, sommergibili e missili navali. Ma anche da paesi europei in forza di contratti sottoscritti prima dell’entrata in vigore dell’embargo: francesi, inglesi e italiani hanno recentemente venduto alla Cina sistemi radar commissionati prima dell’embargo.
Inquietante è anche il grande spettro di attività illegali promosse da Pechino per entrare in possesso di armi ad alta tecnologia. Mike O’Dwyer, l’inventore australiano del cosiddetto “supermitragliatore”, un’arma in grado di sparare l’equivalente di un milione di proiettili al minuto, ha rivelato di essere stato a più riprese contattato da agenti cinesi che gli offrivano 100 milioni di dollari per trasferirsi a Pechino e mettere a disposizione il know-how per la versione cinese dell’arma. Nel maggio scorso Ko-suen Moo, uomo d’affari cinese di Taiwan, si è dichiarato colpevole davanti ad una giuria americana di violazione della legge sulle esportazioni di armi e di spionaggio per la Cina. Nel novembre 2005 aveva cercato di esportare illegalmente il motore di un F-16 e di acquistare un missile cruise capace di portare testate nucleari. Negli ultimi 2 anni negli Usa sono stati arrestati 25 cittadini cinesi e americani di origine cinese, per esportazione illegale di alte tecnologie con uso militare, un cifra senza precedenti. Infine, non si possono dimenticare famose dichiarazioni di Jiang Zemin («la Cina deve essere pronta ad una guerra con gli Stati Uniti entro il 2008») e del ministro della Difesa Chi Haotian («la guerra con gli Usa è inevitabile»). Dichiarazioni che Wei ci aiuta a capire: «Sin dagli anni 80 la maggioranza dei cinesi è convinta che il sistema democratico è migliore del sistema comunista; il 70 per cento dei cinesi vive oggi nella povertà assoluta e nutre rabbia crescente verso il 30 per cento di ricchi; inoltre lotte di potere all’interno del partito sono sempre all’orizzonte. Per queste ragioni, il governo cinese ha bisogno di scatenare una guerra per distrarre il popolo e salvare il sistema».
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