Selvaggio e lucido Marc Quinn. Un circolo chiuso senza pietas
Cosa può dire e sapere un ragazzotto inglese dell’era Blair sulla morte? In estrema sintesi è questo il programma della mostra (senz’altro affascinante) che si è aperta alla Fondazione Prada di Milano. Il lui in questione si chiama Marc Quinn, è nato a Londra nel 1964 ed è uno degli esponenti più adulati della New British Art. Per capire dovete seguirci nella visita. Prima sala: attorno a un cilindro d’acciaio, alto due metri e posto in verticale ruota un anello. Sull’anello è posto un teschio. Per chi guarda e si specchia, un involontario memento mori. Seconda sala: in una lunga galleria stile neoclassico, si allineano otto statue, in marmo bianchissimo. Sono busti nudi di persone trattati come eroi antichi. Solo che le braccia o le gambe mancanti sono moncherini: i soggetti posano come personaggi classici, ma sono stati colpiti in vita da incidenti o malattie che li ha privati di qualche arto. E’ come se il braccio mancante della Vittoria di Samotracia non fosse dovuta alla caduta del marmo ma a un deficit fisico della modella. L’effetto di spiazzamento è impressionante, anche perché l’esecuzione delle statue insegue la perfezione e non lascia spazio a nessun patetismo. Terza e ultima sala: in un’enorme cella frigorifera aperta su un lato con una vetrata, l’artista ha immerso un vero giardino botanico in una soluzione di olio siliconico a meno 20 gradi. Un effetto di congelamento che preserva il giardino assolutamente intatto, dentro un liquido praticamente invisibile perché è del tutto trasparente. Grazie a un gioco di specchi chi osserva diventa parte in causa di quel giardino immacolato, pronto a sfidare il tempo. La mostra finisce qui e l’essenzialità è uno dei suoi sicuri pregi: nulla è fuori posto, nulla ripete un concetto espresso da un’altra opera. Un altro pregio è la brutalità: la perfezione dei modi infatti nasconde un programma che va in direzione opposta. Insinuare nello spettatore l’idea che il disfacimento del corpo è cosa che lo riguarda direttamente. Non è uno spettacolo da guardare, è un’esperienza che ci tocca vivere. Certamente questa brutalità è la cifra caratteristica che fa della New British Art un fenomeno davvero unico nel mondo in questo momento, tanto selvaggio quanto modaiolo, tanto irritante quanto spesso entusiasmante. Con un solo tragico limite: è come se dall’orizzonte dell’arte fosse sparita la cognizione del dolore. L’esperienza della morte viene raccontata con la spietata precisione dell’anatomista, viene buttata in faccia all’allegra idiozia dominante (di destra e di sinistra, laica o religiosa). Ma non c’è più la pietà per chi quell’esperienza vive o vivrà (neppure quindi per se stessi). Così non solo ti prende un senso di asfissia, ma ti accorgi che senza pietà non ci può essere grandezza, perché resti sempre nel circo dell’ovvio e non sfondi mai in quello del mistero. Forse i giovani furiosi artisti inglesi dovrebbero guardare di più a quello che può essere l’unico vero loro padre: quel Francis Bacon che sul senso anche ossessivo del dolore ci ha lasciato una delle esperienze artistiche più grandi del secolo (benedetti siano sempre gli ossessionati!).
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