Senza Dio l’etica non è impossibile. È un po’ scema

Di Tempi
19 Luglio 2007

Ormai non si legge quasi altro in giro se non che le religioni sono una minaccia alla pace e che non c’è bisogno di nessun Dio per fondare un’etica. Non c’è che dire, il laicismo dominante sta dando una risposta molto chiara alla proposta che fu rivolta ai laici da papa Benedetto XVI, e cioè provare a vivere «come se Dio esistesse».
Paolo Calzoni Bergamo

Nonostante il luogocomunismo in voga tra i cattivi maestri e nelle pagine di cultura dei cattivi giornali, solo menti deboli (o disoneste) possono continuare a insistere sull’equazione religione=violenza e sull’idea che l’etica non ha alcun bisogno di fondarsi sull’ipotesi proposta da papa Benedetto XVI. Come ogni persona sa, per esperienza o per semplice osservazione della gente normale, la religiosità autentica (quella per intenderci che contraddistingue i simboli delle grandi civiltà e la vita profonda dei popoli in ogni tempo e a ogni latitudine) è fondata sul riconoscimento dell’appartenenza a un comune Mistero. Tale riconoscimento, più o meno razionalizzato, più o meno filosofizzato, più o meno coerente (è da idioti continuare a prendersela con le mele marce per dimostrare che, siccome ce ne sono e ce ne sono sempre state, questa sarebbe la prova che le mele sono bacate all’origine e che la gente che mangia le mele lo fa solo per paura e disperazione), suggerisce immediatamente l’idea che tutti gli uomini sono uguali e membri di un’unica grande famiglia. E stabilisce la fondamentale ragione per cui l’altro venga da me percepito e rispettato come un compagno di strada, invece che come un estraneo da cui guardarsi con sospetto se non da combattere (lasciamo stare che poi ci si fa la guerra per contendersi la roba e il potere: non è certamente il sentimento religioso il movente di questa storia che ci è familiare dall’epoca di Caino e Abele. Al contrario, il movente di tutti i delitti e di tutte le guerre che ci sono stati e che sempre ci saranno è proprio l’inimicizia nei confronti di quel senso religioso che è invece un chiaro suggerimento a condurre una vita buona per sé e magnanima con gli altri). “Siamo tutti sulla stessa barca” rimane un modo efficace per sentirci un po’ fratelli e, anche se adesso la barca non affonda, ricordare che “tra cento anni saremo comunque tutti dalla stessa parte”. Non solo. Il buon senso diffuso sul nostro pianeta da che l’uomo della pietra cominciò a balbettare le prime riflessioni su se stesso e sul cielo stellato, quindi a intuire che non era un brontosauro o un somaro qualsiasi (anche se in apparenza lo è ancora), ha anch’esso stretta attinenza col fatto religioso. Non bisogna essere Mircea Eliade o aver studiato alla Sorbona per sapere quello che sanno i nostri bambini di prima elementare. E cioè che l’uomo comincia a scolpire i primi segni religiosi nelle caverne e che il fatto religioso contraddistingue e contraddistinguerà l’uomo finché ci sarà un essere umano su questa terra. La religione non l’hanno inventata né Cristo, né Maometto. Né Bush, né Khomeini. Semplicemente corrisponde a quel livello della natura dove la natura non è principalmente un asino che raglia, solo con un cervello un po’ più evoluto, ma una curiosità indomita che interroga sé, il mondo comune e le stelle. Dunque, le ragioni di ogni sentimento umano veramente ragionevole e veramente altruistico non solo non stanno fuori dal senso religioso, ma stanno principalmente dentro. Non diremo mai che fuori dalla religiosità non è possibile un’etica della tolleranza, della solidarietà e dell’altruismo. Ma resta una differenza fondamentale: l’ipotesi religiosa è di elementare evidenza (emerge nella dinamica della vita colta dello scienziato della Nasa, come in quella primitiva del bantù della savana), è strettamente cogente alla realtà in cui l’essere umano si dispiega e offre un naturale approdo all’etica. Mentre l’ipotesi non religiosa esclude a priori ciò che sarebbe sommamente auspicabile dalla ragione (perché, diciamocelo, non è che gli esseri umani, se proprio non sono scemi, si rassegnino così tranquillamente e volentieri al raglio dell’asino, solo con un’elica del Dna che ci consente di esclamare “Ooooh! Umberto Eco!” piuttosto che “Iiiiih! Ih, oh!”, e non è che di tutte le cose più belle della vita, dall’amore alla gioia, non piaccia loro nutrire altra speranza che il niente e la polvere). L’ipotesi non religiosa può fondare un’etica solo autoimponendosi convenzioni, facendo violenza alla ragione, mentendo a se stessa. Perché se la vita è il racconto di un’idiota pieno di furore, e non significa nulla, scusate qual è la ragione per cui una persona intelligente dovrebbe appassionarsi al “dover essere” kantiano e non pensare solo a godersela e – mors tua vita mea, ammettiamolo, alla fine di tutte le balle che raccontano – chissenefrega se la speculazione finanziaria ammazza le piccole e medie imprese? Dunque, praticamente parlando, non è vero che “se Dio non c’è, tutto è permesso”. Però è vero che così come il falso senso religioso si documenta per l’assenza di un’etica, un’etica priva di senso religioso è molto più a rischio di avere anche esiti privi di scrupoli. Infatti, come si può arrivare all’industria dei kamikaze di Baghdad che massacrano i propri nemici tribali, vecchi, donne e bambini? L’ispiratore delle carneficine, al Zawahiri, non è forse un buon medico del Cairo? Come si può arrivare alla fabbrica dell’Olocausto? Lo sterminatore nazista Eichmann non si definì forse «un uomo morale, un umile servitore dello Stato»? Come si può essere persuasi di fare giustizia con la lotta di classe? Il massacratore di due milioni di concittadini cambogiani Pol Pot non è forse morto dicendo «non ho nulla di cui pentirmi, sono un comunista, ho la coscienza a posto»? Per arrivare a compiere questi crimini cosa è necessario? È necessario il delirio di onnipotenza che fa identificare se stessi – non importa che ci si chiami Hitler, Lenin, Bin Laden o killer di Blacksburg – con un dio immanente, levatore e giustiziere della storia e dell’umanità. Questa è la semplice, elementare, solare verità. È la verità, caro Umberto Eco e cari professori, che ogni uomo apprende per esperienza. Per cui se uno è stato salvato da un cancro, dice: «È vero, quel medico e quella terapia mi hanno salvato». E se uno è assediato da queste opinioni che danno addosso alla verità (però bisogna rispettare la natura, non mettere le mani sul culo all’insegnante, fare un corso di legalità) uno dice: «È tutto falso, anche se a queste milioni di parole di canzonette, tv e giornali che mi rimbombano nella testa non so rispondere. È tutto falso, ma io cercherò lo stesso di rispettare la natura, la mia insegnante e la legge, proprio perché nonostante tutte le falsità propagandate, il mio cuore e la mia mente non si rassegnano all’idea che cose e persone non abbiano nessun altro senso che il nulla e la morte». Meno di così non è etica. È farsi un mazzo così, per niente.

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