Senza identità siete polvere
Mentre l’Europarlamento respinge l’emendamento del Ppe che propone l’inserimento di un riferimento alle radici “giudaico-cristiane” dell’Europa (cfr. box p.13), c’è chi, musulmano, scrive che «il cristianesimo è il punto focale attorno a cui l’Europa si è definita». Lo ha fatto su Repubblica (23.9.03) Khaled Fouad Allam, sociologo ed editorialista, nato a Tlemcen in Algeria e residente in Italia dal 1982, cittadino italiano dal 1990, autore de L’islam globale (Rizzoli, 2002).
Professor Allam, fra le “ragioni” che la spingono a dirsi favorevole ad un riferimento alle radici cristiane, lei cita l’esempio di Giovanni Paolo II. Può spiegarci come vede la figura del Pontefice e qual è, per lei, il valore del suo richiamo alle radici cristiane d’Europa?
La figura di Giovanni Paolo II simbolizza quello che chiamo il “cristianesimo dell’anima”, senza voler dare una visione limitativa del suo operare: come non considerare il suo instancabile peregrinare sulle vie del mondo, la gioia e la forza che egli cerca sempre di trasmettere, la capacità di interrogare anche chi è indifferente sulle questioni cruciali della nostra epoca? Nella sua figura non vi è soltanto un valore simbolico, ma anche la ferma volontà di incidere sui percorsi della storia, e perciò la sua è una figura atipica ed eccezionale. In lui l’anima cristiana e l’essere cristiano non sono scindibili. Ma c’è anche nel suo discorso la volontà di non cedere a genealogie facili, semplici, che mettono tutti d’accordo sull’identità europea. Perché spesso si utilizza la retorica delle molteplicità delle genealogie fondatrici per occultare il problema, per creare un consenso che, alla fine, si rivela di estrema debolezza e fragilità. Ed è perciò che la questione delle radici cristiane non può essere considerata come una parentesi della storia, come una specie di optional. La questione è grave perché tocca l’ethos fondativo delle nostre società.
Lei scrive che «Le polemiche sulle radici cristiane d’Europa mettono a nudo le nostre contraddizioni: il rifiuto di ammettere quelle radici è sintomo di un timore». Il cardinale Joseph Ratzinger ebbe a dire che l’Occidente è «dimentico di sé». Non la stupisce l’incapacità di far memoria delle proprie tradizioni, questo rinnegamento di sé, da parte degli europei? E non le pare ancora più strano che mentre lei, un musulmano, è ancora capace di commuoversi – come da lei scritto – «davanti a un Cristo di Ligabue o a un mottetto di Bach e un requiem di Mozart», gli europei (e tra questi, molti cattolici) siano come inconsapevoli della propria storia, della propria cultura, della propria essenza?
Una delle cose più inquietanti di questi tempi – per me che ho scelto l’Europa perché rappresentava una certa identità, per la sua capacità di specchiarsi in altre culture – è quello che alcuni hanno chiamato il “ripiegamento culturale” dell’Europa. Secondo me l’identità europea non può prescindere dalle sue radici giudeo-cristiane: il contrario porterebbe a un’impasse, non solo intellettuale, ma anche di crescita. Il cristianesimo non è soltanto memoria o storia: sia nei momenti più oscuri della vita europea (l’inquisizione, le guerre fratricide etc.) che in quelli più luminosi (San Francesco, San Giovanni della Croce, Pascal, Jacques Maritain in questo secolo, ecc.), il cristianesimo è stato capace di essere l’attore della propria storia: e questo gli europei sembrano averlo dimenticato. Ho sempre pensato che sono esistite tre forme di Europa: l’Europa dei fari, quella che ha illuminato il mondo attraverso il suo spirito e il suo pensiero; l’Europa dei muri, quella delle grandi tragedie della storia: muri che si sono sgretolati grazie all’ideale di libertà ma anche della fede; e l’Europa dei ponti, metafora del dialogo, dell’avvicinamento agli altri, della capacità di soffrire la sofferenza degli altri, come ad esempio madre Teresa di Calcutta. In queste tre Europe appare sempre il cristianesimo, in diverse espressioni: e per me spezzare questi tre momenti significa rompere l’anello di un’ancora rischiando di portare la nave alla deriva.
In un passo del suo articolo lei si chiede: «come accogliere l’altro se si nega se stessi?». Un certo pensiero dominante dice che per incontrarsi occorre appiattire le differenze, evitando così le frizioni. Le sue parole vanno però in un’altra direzione. Aggiunge anche che «Le radici affondano nella terra, dove incontrano e incontreranno altre radici. (…) L’incontro è possibile soltanto se si è consapevoli delle proprie radici». Potrebbe spiegarci meglio cosa pensa sia essenziale affinché culture e società così diverse possano incontrarsi e convivere?
Io che per anni mi sono occupato di immigrazione e di multiculturalismo, sono sempre stato diffidente nei confronti dell’utilizzo della tematica multiculturale come mero strumento ideologico, perché esso tende a occultare la dimensione reale dei problemi. L’accettazione dell’altro non è sempre facile, ma la situazione peggiore per accoglierlo è l’indifferenza, il vuoto, la rimozione della propria identità, o l’appiattimento come lei dice. La diversità culturale non può essere considerata un indebolimento, bensì il contrario: ma questa diversità culturale ha senso soltanto se si è consapevoli del proprio essere, delle proprie origini. Perché sussiste sempre il rischio di diventare polvere. La terra ha bisogno dell’acqua, senza di essa non ha nemmeno la capacità di diventare sabbia, rimane semplicemente polvere. Non vi è la nobiltà del deserto: nel deserto l’uomo può interrogare Dio, interrogare se stesso, ma nella polvere rimane soltanto il nulla.
Lei ha scritto che «è sempre necessario interrogare la politica». Il Foglio ha chiesto al presidente Berlusconi di porre il veto italiano a qualunque testo di trattato costituzionale che non contenga un esplicito riferimento al retroterra giudaico-cristiano. È d’accordo con questa proposta?
La questione è delicata, anche perché attualmente il presidente del Consiglio Berlusconi è anche presidente di turno dell’Unione Europea. L’importante è sollevare un dibattito, che purtroppo è oggi molto timido. Gli europei farebbero bene a rileggere un testo degli anni ’30 di Paul Valéry sull’Europa, in cui lo scrittore afferma che gli europei, come altre civiltà, sono mortali. Il rischio è proprio questo: la morte, non quella fisica, bensì la morte dell’anima europea, quella che ho amato e amo ancora.
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