Separare parlamento e governo. Ecco il problema

Di Reibman Yasha
01 Marzo 2007

Sebbene ci siamo abituati, non abbiamo precedenti. Alzare il livello della tensione e imporre il voto di fiducia al governo serve a far venire fuori amici e nemici, aiuta ad affossare leggi non volute come quella sui Dico, evitare referendum, vendicarsi. Ora c’è di più. L’Italia, per la prima volta, è membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è tra i paesi con più soldati impegnati in missioni e, proprio sulla politica estera, il governo è costretto a dimettersi. Bizzarro, quantomeno poco autorevole. Inutile cercare i colpevoli i puri dell’estrema sinistra, i senatori a vita, i ministri superscafati maghi dei giochi d’aula. Sarebbe tuttavia un errore attribuire questa abitudine della Repubblica a una caratteristica nazionale, una litigiosità cieca agli interessi in comune.
Il fatto è che il governo, qualunque decisione debba prendere, deve passare per un parlamento con decine di gruppi differenti (che in questi anni hanno saputo resistere al tentativo di introdurre il maggioritario). La divisione dei poteri tra esecutivo e legislativo in Italia non c’è. Una scelta fatta di proposito nel Dopoguerra per timore della dittatura, che ora però è un limite da superare. Il governo governi, il parlamento legiferi, decida il tetto del budget, faccia le pulci ai ministri. Discuta le scelte dell’esecutivo, ma questi resti libero di fare quel che vuole fino alle elezioni. S-e-p-a-r-a-z-i-o-n-e. Si eleggano parlamento e governo in modo distinto, che siano autonomi l’uno dall’altro. Basta con la fiducia e i voti di sfiducia.

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