Sharif amico di Ofri
Sharif Balut è un bel ragazzo dagli occhi scuri e profondi. È arabo e abita a Fassouta, un villaggio cristiano della Galilea. Ha 21 anni e da due lavora nelle cucine del Kibbutz Sasa. Mentre appendevo la locandina del “Teatro Comunitario”, un anno fa, quando era ancora tutto un sogno, mi chiese di cosa si trattasse. Gli raccontai la mia idea: un incontro tra ragazzi della zona che avrebbero imparato la stessa lingua universale, quella dell’arte, dove ognuno capisce l’intenzione e il pensiero dell’altro proprio perché a volte non ha bisogno di parole. Abbiamo lavorato insieme un anno intero. Ne è uscito uno spettacolo “Bereshit”, “In principio”, dove insieme ebrei ed arabi, religiosi e laici raccontano come sia terribile vivere la guerra.
Qualche giorno fa mi ha chiamato da lontano e con un gran sorriso e un’emozione incontenibile mi ha raccontato una storia: «Ho saputo che tra alcuni ragazzi di Fassouta, il mio villaggio e di Elquosh, il villaggio ebraico vicino, c’è stata una rissa. Ci sono state minacce pesanti, parole dure e intimidazioni. Qualche giorno fa, dopo uno dei nostri spettacoli, ci eravamo divisi in gruppi per il dibattito, tra il pubblico c’era anche Ofri, un ragazzo della mia età di Elquosh con il quale poi avevo anche giocato a basket. Mi aveva detto che “Bereshit” l’aveva toccato e che era rimasto impressionato dal nostro modo di dire le cose. Ho deciso, nonostante le rimostranze insistenti dei miei amici di Fassouta, di andare ad Elquosh e di cercarlo, per parlare di questa rissa e convincerlo ad aiutarmi a porvi fine. Viviamo un villaggio accanto all’altro da 50 anni… Quando sono arrivato erano là sulla piazza, sui trattori. Pronti alla battaglia. Mi hanno detto di non avvicinarmi. Ho cercato Ofri. Era su uno dei trattori. Sono uscito dalla mia auto scrollandomi dalla presa dei miei compagni che mi intimavano di rimanere seduto. “Ofri! Non ti ricordi di me? Non ti ricordi che mi hai detto che non ti aspettavi di poterti commuovere fino a quel punto? Non ti ricordi che poi siamo scesi insieme nel campo da basket?” Ofri ha guardato tutti intorno e ha detto “Lasciatelo, è un amico!” Dopo tre giorni c’è stata la “Sulcha”, la pace tra i due villaggi. Capisci? Ormai abbiamo un compito! Dobbiamo andare avanti!». E così inizia questo nuovo anno ebraico. Come si può non sperare?
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