Sharon-Arafat. Pace. E a capo
Padre David Jaeger, francescano israeliano della Custodia di Terra Santa, sta seguendo con comprensibile apprensione l’escalation di violenze in Israele e Palestina. Padre Jaeger, c’è ormai aria di guerra a Gerusalemme…
Non si può parlare di guerra nel senso convenzionale perché l’autorità palestinese non ha un esercito, non possiede forze armate o armi pesanti che consentano di concepire una guerra. Se mai ci fosse un conflitto armato, non sarebbe però concepibile come guerra…
E come la vogliamo chiamare, “ridispiegamento delle truppe israeliane”, “rioccupazione dei territori già occupati”…
Beh, sì più o meno. Però non è probabile in questo momento perché il presidente Arafat ha dichiarato il cessate il fuoco e sta cercando di imporre ai suoi di non lanciare attacchi agli israeliani. Su entrambi i fronti i popoli sono in attesa di veder rispettati i reciproci cessate il fuoco. Se la tregua regge la via alla ripresa dei negoziati sarà aperta. Questa è la speranza che ci sostiene in queste drammatiche ore.
Ma se Arafat ha certamente espresso questa decisione a fermare gli atti di violenza, vediamo bene che Hamas ha accettato obtorto collo l’ultima tregua e ci sono capi del governo palestinese che non sembrano essere d’accordo con la linea di Arafat…
No, il governo si è raddrizzato. Arafat è il presidente naturalmente, e sia in Palestina, sia in Israele esistono gruppi estremisti. Ciascuno dei due governi, Israele e il governo palestinese, è responsabile del contenimento degli elementi estremisti nel proprio campo. Dal momento che il governo palestinese è riconosciuto, è sua responsabilità quella di assicurare che tutti seguano la stessa linea, e così pure il governo israeliano.
Come si sta comportando a suo giudizio la diplomazia internazionale?
A mio avviso la diplomazia americana non sta facendo proprio di tutto, e questo è il cuore del problema. La diplomazia americana ha cercato in tutti i modi di disinteressarsi di questo conflitto, è riluttante. Meglio si potrebbe dire così: la diplomazia americana ha cercato di mantenere basso il proprio livello di coinvolgimento, di limitarlo al massimo. Tant’è vero che dice più o meno apertamente che non gli interessa il processo di pace arabo-israeliano, ma piuttosto si preoccupa della stabilità regionale. Non ha capito che la stabilità regionale passa attraverso la pacificazione israelo-palestinese. È un peccato. Com’è un peccato che neppure l’Europa parli con una voce sola e con una certa decisione. Se Usa ed Europa fossero più decisi, più lungimiranti, più sapienti questa situazione si sarebbe potuta arginare molto prima.
D’altra parte è anche vero che la situazione creatasi in Israele è di una tale gravità che fa pensare ai momenti più critici della vita dello Stato ebraico…
Sì, ma non solo per Israele, anche per i palestinesi. Le sofferenze ci sono da entrambe le parti, non bisogna dimenticarlo. Certamente da entrambe le parti ci sono sofferenze e lutti. E poi, è tutto così non necessario…
Che significa?
Esagerando un poco (ma non molto) significa dire quello che tutti sanno: e cioé che l’accordo di pace c’è, manca solo la firma. L’accordo c’è, non è un mistero quale sia l’accordo di pace. Nell’insieme dei colloqui di Beilin-Abu Mazen, Camp David e Taba è emerso l’accordo di pace tra Israele e Palestina. Anche nei particolari. Tutti sanno quali sono le sue grandi linee…
“Pace in cambio dei territori”…
La sostanza è nota. Non c’è bisogno che io la ripeta. L’accordo c’è e basterebbe che i due governi avessero il coraggio, la lungimiranza, la generosità e il senso di responsabilità di firmarlo. Sostanzialmente possiamo ricordarlo: la sostanza è che la Palestina riconosce Israele nei suoi confini pre-’67, Israele riconosce la Palestina nei territori che fin dal giugno ’67 sono sotto occupazione israeliana. Questo è l’accordo di pace, che poi vedrebbe il coinvolgimento di altre nazioni e organizzazioni internazionali per risolvere il dramma dei profughi arabi.
Resterebbe aperta la questione di Gerusalemme…
No, no. Niente resterebbe aperto. La Gerusalemme parte ebraica, dello stato di Israele; la parte araba, dello stato palestinese. E nel preambolo dell’accordo di base firmato tra Santa Sede e Palestina, c’è uno strumento giuridico internazionalmente garantito a tutela dei valori universali di Gerusalemme. Mettendo tutti gli elementi insieme, abbiamo l’accordo di pace. Le diplomazie delle due parti non hanno soltanto queste grandi linee, ma anche migliaia di articoli, subarticoli, paragrafi, particolari… Non è un mistero qual è l’accordo di pace. E se anche aspettano altri 10 anni con altri 10mila morti l’accordo non sarà diverso. Le persone semplici, come me, si domandano: perché aspettare tanti anni e avere ancora tanti morti e feriti? La soluzione è unica ed è conosciuta. Perché allora rinviarla?
Invece sembra prevalere un teatro dell’assurdo: finanziamento degli insediamenti ebraici da una parte, finanziamento di kamikaze islamici dall’altra…
No, no, qui non ci può essere un parallelo. Certamente la colonizzazione è un atto di violenza perché è il furto violento dei terreni di un popolo. I palestinesi dicono che la colonizzazione giustifica la resistenza anche armata all’occupazione. È un atto comprensibile. Ma è chiaro alla maggioranza delle persone, e credo anche agli stessi palestinesi, che un attacco terrorista deliberato contro civili, come quello recente di Tel Aviv, non ha né giustificazioni né spiegazioni. In questo caso non si può più parlare di un atto di ritorsione o di un atto di un conflitto. Il terrorismo contro civili non è una parte di un conflitto. Se i palestinesi dicono che sparano contro i soldati dei territori occupati e fanno resistenza armata, questo tutti lo capiscono e molti lo giustificano. Però gli atti di terrorismo no. E gli atti di terrorismo del resto non sono eseguiti dal governo palestinese, ma vengono compiuti da pazzi.
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