Sharon, ricordati di Nazareth
A Nazareth, sul luogo che commemora l’Incarnazione del Verbo divino, sorge la basilica dell’Annunciazione. Una meta di pellegrinaggio da ogni parte del mondo, e tuttavia di difficilissimo accesso, perché circondata da vicoli stretti, in parte occupati abusivamente da venditori ambulanti. In vista dell’Anno Giubilare, le autorità municipali e governative avevano abbattuto una scuola pubblica per creare un piazzale che la rendesse facilmente raggiungibile dalla strada, agevolando il raduno e il passaggio dei pellegrini. Non appena demolito l’edificio, si sono però fatti avanti un gruppo d’islamici appartenenti alle frange più estremiste che hanno rivendicato quel terreno all’islam. Il luogo, hanno detto, sarebbe waqf, cioè un territorio da tempo consacrato al culto di Dio. E hanno portato la loro rivendicazione davanti a un tribunale israeliano.
Strane manovre
Il governo ha immediatamente precisato che quel terreno non è mai stato luogo di culto divino, ma che è anzi un’area demaniale. Fatto riconosciuto dal tribunale di prima istanza. Gli estremisti sono allora ricorsi in appello, dove è stata confermata, con assoluta decisione, la sentenza di primo grado. Tuttavia, a questo punto, il governo ha deciso autonomamente di destinare il terreno all’uso desiderato dagli estremisti islamici, cioè alla costruzione di una moschea. Insomma: nonostante lo Stato abbia vinto nell’aula giudiziaria, il Consiglio dei ministri dell’amministrazione Barak ha voluto fare una concessione ai musulmani. Anzi, s’è impegnato a sostenere una buona parte delle spese che serviranno per la realizzazione della moschea e ad avviarne il processo di costruzione. Si noti: è solo il governo Barak che ha preso questa decisione, anche se già Nethanyau aveva incoraggiato gli estremisti islamici creando un’apposita Commissione ministeriale per risolvere la contesa ed eccitando, con il proprio possibilismo, le passioni delle ali meno concilianti.
Ora, mentre sia il governo Nethanyau sia il governo Barak stavano esaminando le rivendicazioni degli estremisti islamici, la Chiesa si è mobilitata per opporsi a questi movimenti. In primis i frati della Custodia di Terra Santa, direttamente interessata giacché ha sede a pochi metri dall’ingresso della basilica dell’Annunciazione. La Chiesa si oppone nel modo più assoluto al progetto della moschea, perché costruire in quel luogo equivale a sancire per sempre la difficilissima accessibilità del santuario (e chiunque lo abbia visitato può verificarlo), e a creare un covo dei più estremisti fra gl’islamisti alle porte stesse della basilica dell’Annunciazione.
La Chiesa non ci sta
Come spiega la Custodia di Terra Santa, nella zona vi è molta simpatia fra cristiani e musulmani d’Israele giacché è quest’ultima la religione più svantaggiata del Paese, quella che più necessita di libertà: nel 1948, lo Stato d’Israele confiscò tutte le proprietà waqf del territorio privando la comunità islamica di strutture, di patrimonio e di possibilità di eleggere i propri capi. In tutto il Paese, le moschee distrutte sono centinaia: se il governo israeliano vuole rendere giustizia ai musulmani, lo può fare ricostruendo alcune di queste strutture, permettendo libere elezioni all’interno delle istituzioni autonome della comunità islamica e restituendo il patrimonio waqf. Esattamente ciò che mostra di non voler fare: preferisce dare non una moschea ai fedeli musulmani, ma un covo ai più estremisti e violenti fra gl’islamici (che sa identificare meglio di chiunque altro, e di cui conosce bene le gesta), alle porte di uno dei maggiori santuari della cristianità. A dispetto di tutte le lettere, le petizioni e le proteste dei cristiani del mondo intero, oltre che quelle di tutti i capi cristiani della Terra Santa, trattati con assoluto disprezzo.
A fronte di questi avvenimenti, la Custodia di Terra Santa, che rappresenta la Chiesa cattolica nei santuari, ha preso ufficialmente posizione e (dopo aver informato la Santa Sede) ha inviato richieste al primo ministro israeliano affinché venga revocata una decisione incompatibile con quel rapporto corretto e amichevole che si è voluto costruire fra la Chiesa cattolica e lo Stato d’Israele, oltre che con gli’impegni assunti reciprocamente.
I servizi segreti. Segretamente al servizio di chi?
Bisogna però spiegare perché si è potuti arrivare a un tale contrasto fra Stato ebraico e cristianità, trattata quasi con disprezzo, come se i suoi sentimenti comuni non contassero nulla. Ebbene, lo Stato d’Israele è mosso innanzitutto da ragioni di politica interna, che lo portano a prestare attenzione ai consensi dell’elettorato. Fra quel 20 per cento circa della popolazione d’Israele di origine araba, i musulmani sono l’85 per cento mentre il resto sono cristiani. È meglio coltivare il consenso islamico o quello cristiano? Il governo non pensa che nei Paesi amici d’Israele la grande maggioranza della popolazione è cristiana. Preferisce trattare la questione della moschea come una rissa fra arabi e dà ragione al gruppo più numeroso, i musulmani. Com’è successo a Ramlah, quando pochi anni fa si scontravano due opposti clan criminali arabi (l’ho detto in un’intervista al giornale israeliano Ha’aretz). La polizia non si mosse finché le pallottole non cominciarono a cadere anche nei vicini quartieri ebraici. A quel punto, senza alcuna indagine dei fatti, il clan più debole fu costretto a lasciare la città.
Ci sono poi altri fattori, molto più oscuri. Nel mondo dei servizi segreti israeliani esiste una scuola di pensiero, non univoca ma reale, che ha sempre cercato di coltivare sia in Israele che nei territori occupati gl’islamisti estremisti col proposito di colpire i partiti laici, quelli più credibili e attendibili. Oggi, per esempio, uno dei capi dei coloni ebrei ha affermato di puntare all’eliminazione di Yasser Arafat così che possa diventare leader palestinese Ahmed Yassin di Hamas, giacché il primo gode di prestigio internazionale mentre il secondo no. Più estremista è il leader palestinese, meglio è per noi: così dice in sintesi questa scuola di pensiero.
Attualmente il governo non ha ancora revocato il permesso di costruzione della moschea, i lavori di pianificazione continuano e la Chiesa protesta vistosamente. Ma dopo l’esperienza delle ultime settimane, la revoca appare più necessaria che mai.
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