Si può fermare chi diffonde l’odio di Israele. Due consigli
Dalla giornata sul pericolo delle parole malate – organizzata al Teatro Dal Verme a Milano da Andrée Ruth Shammah e Chaim Baharier con Piergaetano Marchetti, Emmanuel De Villepin De Benedetti, Sergio Scalpelli, Renato Mannheimer, Alberto Serravalle, Piero Ostellino, Ferruccio De Bortoli, Ugo Volli – arrivano alcune indicazioni da mandare innanzitutto al nostro ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Era presente peraltro Piero Fassino, probabile l’abbia fatto direttamente la sera stessa.
Uno, è possibile deferire alla corte dell’Aja il presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad per le minacce di distruzione di Israele e la propaganda antisemita. Due, l’agenzia delle Nazioni Unite Unrwa, che si occupa di aiutare i palestinesi, soprattutto quelli residenti a Gaza, sta finanziando libri di testo scolastici dove le cartine geografiche non riportano l’esistenza di Israele. Anzi, il territorio dello Stato ebraico verrebbe presentato come parte della futura Palestina. L’Italia è membro da gennaio e per due anni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e potrebbe (dovrebbe?) dunque attivarsi perché cessi questa propaganda finanziata con i nostri soldi. La pace non si ottiene solo con gli accordi territoriali, ma educando al rispetto e alla coesistenza arabi e israeliani. La scelta invece di disinteressarsi dell’educazione all’odio e guardare dall’altra parte è stato l’errore compiuto da israeliani, europei e americani nel processo di pace dal 1991 al 2000. Da allora ne paghiamo tutti le conseguenze.
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