Si scrive Assago, si legge Filadelfia

Di Tempi
08 Dicembre 2000
Nella scuola italiana che fu di Berlinguer e che è di De Mauro ha trovato posto l’insegnamento del Novecento, i cui esperti appartengono quasi tutti alla storiografia marxista, ma lo spazio resta scarso per il Settecento, liofilizzato in qualche hurrà per l’illuminismo e la Rivoluzione francese

Nella scuola italiana che fu di Berlinguer e che è di De Mauro ha trovato posto l’insegnamento del Novecento, i cui esperti appartengono quasi tutti alla storiografia marxista, ma lo spazio resta scarso per il Settecento, liofilizzato in qualche hurrà per l’illuminismo e la Rivoluzione francese. Peccato, perché, come ha ricordato Ferdinando Adornato alla manifestazione di Assago in difesa del “buono scuola” lombardo, il Settecento è anche il secolo di un’altra, ben più meritevole, rivoluzione: quella americana centrata sulla Dichiarazione d’indipendenza redatta da Thomas Jefferson nel 1776. Mentre a Parigi, nel 1789, si decise che per il bene dei cittadini tutto il potere doveva essere concentrato nelle mani dello Stato, a Filadelfia tredici anni prima si era solennemente dichiarato che lo Stato doveva essere il più piccolo possibile per permettere ai cittadini di essere protagonisti della vita pubblica e alla loro libertà di esprimersi. Chi, al giorno d’oggi, può rivendicare l’eredità di Jefferson, e a chi va accollata quella di Robespierre? Adornato, che pure non è un habitué dell’enfasi, non ha dubbi: Formigoni merita i panni del grande virginiano, mentre il primo ministro a termine Giuliano Amato è il continuatore di colui che volle il Terrore. Anche se i due politici contemporanei in questione devono indubbiamente ancora meritarsi una fama (o un’infamia) proporzionata a quella dei predecessori menzionati, il parallelo un senso ce l’ha: il presidente della Lombardia, con il “buono scuola” come con la riforma regionale della Sanità e altre iniziative, fa la politica di chi vuole aumentare la libertà dei cittadini, di chi afferma il carattere sussidiario dello Stato; invece Amato e il suo governo, che tentano di sabotare lo strumento che promuove la libertà di educazione, negano agli italiani di varie regioni di esprimersi per via referendaria sulle riforme federaliste, contrastano in ogni modo i Governatori regionali eletti direttamente dal popolo, fanno la politica di chi monopolizza la gestione della cosa pubblica facendosi beffe del principio di rappresentanza: comandano da Roma dopo aver prevaricato la volontà degli elettori nazionali (si tengono stretto il potere grazie a un manipolo di deputati transfughi) e prevaricando quotidianamente quella degli elettori regionali. Il paragone con Filadelfia non è affatto peregrino: anche allora la mobilitazione popolare nacque intorno a uno slogan civico, politico e materiale allo stesso tempo, “no taxation without representation”, “niente tasse senza rappresentanza”. Anche oggi la questione è la rappresentanza. Anche oggi la questione è lo scandalo del gettito fiscale usato come bottino di guerra da un governo che costringe alcuni suoi cittadini a pagare la scuola due volte e tutti gli altri a tacere sulla riforma dello Stato (Veneto, Piemonte e Lombardia sono stati colpiti per “educare” tutti). E lo spettacolo di 10 mila cittadini di tutte le età che sottolineano con boati e ovazioni l’orazione di un politico tutta centrata sull’esatta delimitazione dei confini di competenze fra Stato centrale e Regioni, sull’insindacabilità degli atti amministrativi da parte del Governo, sulle riserve di giurisdizione che fanno sì che un atto giudicato dal TAR non possa essere sottoposto anche alla Corte costituzionale, fa pensare che davvero lo spirito di Filadelfia – spirito civico, spirito di libertà – ha preso a soffiare sul Belpaese. E che anche i fautori della politica per interposto potere giudiziario presto dovranno accettare di comparire davanti al giudice naturale di tutto ciò che è politico: il popolo.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.