Si vis pacem…

Di Tempi
04 Ottobre 2001
Mentre scriviamo, forse l’agonia di Kabul è già iniziata. Forse a Gerusalemme è esplosa un’altra auto bomba firmata dal Jihad, o un kamikaze di Hamas si è lanciato per l’ennesima volta contro donne, bambini, civili inermi.

Mentre scriviamo, forse l’agonia di Kabul è già iniziata. Forse a Gerusalemme è esplosa un’altra auto bomba firmata dal Jihad, o un kamikaze di Hamas si è lanciato per l’ennesima volta contro donne, bambini, civili inermi. Forse i falchi israeliani, Sharon in testa, stanno per cadere nella trappola dell’estremismo, che per realizzare il suo obiettivo di trascinare il mondo nella catastrofe, punta a scatenare un’offensiva israeliana nei territori palestinesi e la conseguente esplosione della polveriera mediorientale. Ancora una volta dobbiamo sperare nella capacità di moderazione e di persuasione imperiale americana. Ma non possiamo più illuderci. Perché anche se la notizia non ci fa stare certo allegri, ormai è chiaro: siamo in guerra. Una guerra per la quale il sindaco di New York Rudolph Giuliani non ha usato mezzi termini nel suo intervento applaudito da tutti all’Onu: «Guardate alla macerie del World Trade Center e guardate nei vostri cuori: non c’è spazio per la neutralità». Per questo, ha spiegato Giuliani, l’Onu deve «tracciare una linea di demarcazione fra quelli che praticano e sono indulgenti con il terrorismo e quelli che si alzano per dire che questo deve avere fine. L’Onu ora ha il dovere di mantenere la pace e la sicurezza, non c’è tempo per altre analisi e direttive vaghe». Ha ragione il Wall Street Journal: «non è certo questo il momento di chiedere scusa». E poi di cosa dovremmo scusarci? Della povertà in cui versa la maggioranza delle popolazioni islamiche? Il microscopico emirato arabo di Dubai è il terzo paese al mondo nell’acquisto di beni di lusso. L’Arabia Saudita, nazione che finanzia la penetrazione islamica con moschee (e altro) in tutto il mondo, investe ogni anno in shopping in Occidente qualcosa come venti miliardi di dollari e le sue classi dirigenti hanno patrimoni inestimabili in ogni parte del globo. Dubai, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e paesi come Iran, Irak, Sudan, vivono letteralmente di rendita sulle risorse petrolifere. Vi risulta che le immense ricchezze naturali e finanziarie di queste nazioni siano mai state usate per la promozione civile e umana, la democrazia, i diritti, il benessere, la salute, la cultura, dei popoli che vivono nei paesi della mezza luna araba? E allora di cosa dovremmo scusarci? Di aver dichiarato guerra con tutti i mezzi a quel terrorismo che colpendo come ha colpito l’11 settembre ha dichiarato guerra non all’America, ma all’intero genere umano? Certo che non è l’islam il nemico. Certo che la maggior parte dei musulmani è gente pacifica. Ma scusate, il problema è esattamente questo: come liberare il corpo islamico dal terrore che, in nome di una strumentalizzazione politica della religione, ricatta e schiaccia verso il baratro intere nazioni, popoli, società, al punto di arrivare a minacciare il mondo intero? Dobbiamo difenderci, attaccarli, sconfiggerli, i terroristi. O vogliamo mandarci i beati marciatori di Bertinotti (e di Assisi) a convertire al pacifismo i Bin Laden, i Talebani, gli Hamas, Jihad e le cellule di kamikaze ramificate in tutto il pianeta?

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