Siamo tutti Moggiani (il più sano di noi ha la rogna pallonara)
Due o tre cose da sapere per non farsi travolgere dal ciclone di Piedi puliti (mi viene già male a chiamarlo così). Detto che forse faremo un grande Mondiale perché più ci tirano giù, più noi italiani andiamo su, di certo siamo alle prese con un fenomeno complesso. Due o tre cose che sui giornali non leggerete (dannata presunzione).
Intercettazione mon amour. Lo schema giudiziario di questa vicenda ricalca quello classico da Tangentopoli in poi. Prima si colpisce il presunto colpevole (mai presunto innocente) con uno stillicidio quotidiano di intercettazioni, soffiate, documenti, rivelazioni. Poi lo si sommerge di avvisi di garanzia, quindi lo si offre al processo sommario del popolo e delle tribune televisive dove gli amici di ieri o i sodali scampati alle manette (virtuali o reali) fingono di non conoscerlo o ne provano vergogna, mentre gli altri, i moralisti in servizio permanente effettivo, (da Di Pietro, ancora lui, in giù e in su) agitano il cappio. Se, alla fine, si arriverà a processo (vero) o sentenza (di condanna) è un fatto relativo. Il processo si è già consumato, le condanne già emesse. Luciano Moggi, che sarà pure il diavolo, ha già chiuso col calcio prima ancora di essere stato interrogato. Tutto già visto.
Antenati e millantatori. In questa vicenda c’è un 65 per cento di malaffare e un 35 per cento di millantato credito. Luciano Moggi (e suo figlio Alessandro con la Gea) si sono installati, con i loro abili intrallazzi, in un sistema già esistente. Prima, però, non c’erano i telefonini e ci si parlava di più in faccia, così combine, affarucci, pressioni sugli arbitri e “amicizie” con i giornalisti non finivano sui giornali. Però c’erano e diffidate di quelli che vi raccontano del “calcio di una volta” o dello “stile Juve”. Così come per i procuratori. Il figlio di Moggi era un bambino quando questi hanno cominciato a taglieggiare le società, gravandone i bilanci di stipendi senza senso. Adesso stanno in prima fila a moraleggiare, pronti a spartirsi il bottino, non a riformare veramente. Poi c’è il millantato credito. In molte intercettazioni, oltre a chi fa le gabole, c’è chi se la tira, chi spaccia conoscenze, chi non ha fatto nulla, ma siccome le cose sono andate per il verso giusto se ne assume il merito.
Il sistema Moggi. Moggi era più bravo degli altri nei rapporti personali. Ha cavalcato l’era del telefonino, quello per cui si è raggiungibili ovunque. La Tim è stata la sua delizia e la sua croce. Con i suoi quattro cellulari blandiva, omaggiava, minacciava, trafficava. Si faceva sempre trovare, da tutti. Così ha costruito la sua rete. Lo hanno fregato due peccati. 1) L’ingordigia: con suo figlio si era allargato troppo; 2) il senso d’impunità: come ai tempi di Mani Pulite, a un certo punto quello che è indecente, moralmente o penalmente, nella testa di chi lo reitera da una vita, diventa una consuetudine. Ho cercato di scommettere col bookmaker di Gigi Buffon che alla fine pagheranno solo i Moggi e pochi altri ma dice che non ci sono quote.
Il cuore del problema. Vi siete guardati la finale di FA Cup tra Liverpool e West Ham? No? Male. Invece di questi dibattiti stile “Milano, Italia” (do you remember?), bisognerebbe trasmettere questa splendida partita di calcio, in uno stadio senza barriere, con due tifoserie che non espongono uno striscione (solo da noi c’è chi fa la grana come striscionologo) che non si insultano, che cantano, che gioiscono, che piangono, che applaudono. Il problema è che i moralisti di oggi, ieri stavano in prima fila a dare del pirla, del perdente, a chi arrivava secondo. Sono quelli che insultano i presidenti che risanano i bilanci cedendo i migliori giocatori. Il sistema Moggi è un particolare del sistema Italia, dove l’arbitro è diventato una sorta di Totem attorno a cui ruotiamo tutti (solo da noi c’è chi fa grana come moviolista) e che bisogna ingraziarsi, per avere una scorciatoia. Per vincere, perché se non vinci non sei nessuno. E da questo, compagni e amici, non c’è magistrato che ci salvi.
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