Siamo una forza cattolica e popolare
Considerata la leggenda nera che gira sul suo conto, uno si immagina che davanti alla villa di Arcore stazionino squadre di parà e lagunari armati fino ai denti. Invece niente. Possiamo rassicurare gli italiani: ancora in data 26 marzo 2006, davanti alla villa del caimano stazionavano solo due carabinieri. «Buongiorno». Siamo tutti un po’ frastornati dalle favole di Nanni, il lupo e il più trucido rettilone del mondo. Evidentemente l’Unità è una sòla. Suoniamo il citofono. Breve attesa. Due passi in giardino e siamo in villa. E lì, subito a sinistra, a una porta che si apre su un’anticamera dove un cameriere ritira il nostro paltò. «Un caffè?». Grazie. Niente caimani. Attraversiamo un salone e siamo in una camera, con un tavolo e cinque sedie intorno. Una camera dominata da un quadro che ritrae una bella fanciulla (e il caimano dov’è?). Il caffè è servito proprio mentre il Cavaliere irrompe sulla scena spalancando la porta (non le fauci) tutto trafelato. è in abito da lavoro (indossa un pulloverino blu, ma non è una Lacoste). «Scusate, sto passando da una riunione all’altra, non c’è un ufficio libero». Ebbene, benché egli non sia al cospetto del dottor Paolo Mieli, l’accoglienza è davvero da presidente operaio. Impeccabile (e dire che non calza nemmeno scarpe di coccodrillo). è rientrato dal comizio di Napoli alle tre e mezzo del mattino. E un po’ si vede. Stanco di spolpare quel povero Romano, presidente? «Mi trascinano da un comizio all’altro, mi tocca stare in prima linea. Sì, la stanchezza si sente, ma non molliamo un colpo. è troppo importante che l’Italia non vada in mano a quelli là». «Direttore, dica alle sue donne che non dimenticherò il “patto”. è una lettera magnifica. Grazie. E se non riusciamo a vederci prima del 9 aprile, faccia sapere alle signore che le riceverò volentieri dopo la vittoria. Perché non c’è dubbio, vinceremo noi». Le “sue donne” sarebbero le oltre mille donne che hanno sottoscritto una “lettera aperta a Berlusconi” pubblicata su Tempi (si può leggere e sottoscrivere sul sito). Mentre “quelli là”, sono, naturalmente, “le sinistre”. Ma è ora di dare la parola al presidente del Consiglio.
Presidente, il minimo denominatore comune dell’Unione – l’unico che fornisca una spiegazione logica a una coalizione che va dal Corriere della Sera a Bertinotti, dal Manifesto a Mastella, da Diliberto a Pannella – è, per dirla con i moderati dell’Unità, “cacciare Berlusconi”. Sono più di dieci anni che le elezioni si trasformano in un referendum pro o contro la sua persona, l'”anomalia italiana”. Ha ragione il suo amico Giuliano Ferrara a dire che lei è un outsider della politica ed è colpevole di “scombiccherare” l’establishment?
L’anomalia italiana non sono io, ma la presenza di una sinistra che, al contrario di quanto è accaduto in tutto il resto d’Europa, non si è ancora liberata della matrice, delle tradizioni e del modo di pensare comunista, per cui se un avversario politico è ritenuto “pericoloso” nell’ottica della conquista del potere, va sistematicamente delegittimato, ridicolizzato, combattuto con tutti i mezzi e quindi tolto di mezzo. Ci riuscirono con Craxi, e con me è dal ’94 che ci provano, ma senza successo. Mi presero per matto quando fondai in tre mesi un partito, ma poi vinsi le elezioni, scombinandogli i piani, e non me l’hanno mai perdonata. Quel partito “di plastica”, però, è ancora – e lo sarà per molto tempo – il maggior partito italiano. Ho sempre diffidato delle oligarchie, che non a caso non mi hanno mai amato, considerandomi un intruso quando feci nascere un grande network televisivo privato che ha dato impulso al mondo delle imprese e del lavoro, e poi quando sono sceso in politica per dare all’Italia un’alternativa credibile alla sinistra comunista che aveva pianificato la conquista dello Stato per via giudiziaria. Ora ci stanno riprovando con un gigantesco tentativo di manipolare la volontà popolare attraverso campagne di stampa mirate, attraverso un bombardamento mediatico senza precedenti che sparge pessimismo e grida a un declino che non c’è, attraverso un’ondata inaudita di scioperi generali che hanno penalizzato pesantemente la crescita del paese, e attraverso quella parte politicizzata della magistratura che nelle urne depone gli avvisi di garanzia al posto delle schede elettorali. I grandi giornali che denunciano ogni giorno, da cinque anni, il mio conflitto d’interessi si guardano bene dallo scrivere anche una sola riga sul micidiale conflitto d’interessi che prospera sulla pelle del paese tra i Ds – attraverso le amministrazioni locali controllate dalla sinistra – e le coop, oppure su quelli fra grandi industrie e banche che controllano gli stessi giornali. è il gioco perverso delle stesse oligarchie che si perpetuano e si riproducono, che hanno lanciato un’opa ostile sulla nostra democrazia e che aspirano a instaurare un sistema di potere che tutto controlla, dallo Stato ai giornali, dalla magistratura alle banche, dall’imprenditoria ai sindacati. Insomma, l’anticamera di un regime.
Però delle difficoltà ci sono, per le famiglie italiane, non crede?
Ho detto in più occasioni, dati alla mano, che le difficoltà più grandi per le famiglie sono derivate dal fatto che il governo dell’Ulivo mise in svendita la lira quando fu accettato il cambio della lira con l’euro a 1.936 lire. Però, un conto sono le difficoltà, altro è la propaganda su un presunto gigantesco fenomeno di impoverimento generalizzato e che questo sia imputabile al governo. I fatti hanno più forza delle bugie: secondo i dati Istat, il potere d’acquisto medio degli italiani è aumentato, non diminuito, tra il 2002 ed il 2004. Il recente rapporto Eurisko-Prometeia sul risparmio delle famiglie afferma che gli italiani risparmiano di più di qualsiasi altro popolo europeo. Una tendenza che si è accresciuta negli ultimi anni. Ma è il cuore dell’economia reale che è cambiato in meglio in questa legislatura. Voglio dare solo tre dati che condannano il falso catastrofismo della sinistra: in questi cinque anni di nostro governo il valore degli immobili è cresciuto in media tra il 25 e il 50%; i depositi bancari delle famiglie sono saliti del 35%; il valore di tutte le aziende è lievitato di più del 50%. E tutto questo con un 27% di economia sommersa secondo le cifre Istat.
La accusano di avere smantellato lo Stato sociale.
Perdoni, ma i dati della contabilità nazionale dicono il contrario. Il peso della spesa sociale sul Pil è rimasto sostanzialmente invariato nei primi quattro anni del governo di centrosinistra (1996-2000) e ha invece incominciato a crescere del 5% all’anno con il mio governo totalizzando 70 miliardi di euro in più rispetto alla spesa dei governi di sinistra. Dunque, non solo non c’è stato alcun attacco allo Stato sociale, ma addirittura le risorse sono aumentate. E poi con la riforma del lavoro abbiamo ottenuto due record storici: il record degli italiani che lavorano (22.600.000) e il minor numero di disoccupati (1.700.000). Con la riforma previdenziale abbiamo scongiurato un drammatico scontro tra generazioni, garantendo un futuro solido ai nostri figli. L’Inps è stata sempre in disavanzo. Ebbene, per la prima volta quest’anno ha registrato un avanzo importante.
D’accordo, però non ha pensato a una bella “finanziaria elettorale”.
Noi abbiamo definitivamente chiuso l’epoca delle Finanziarie elettorali, culminata con quella dell’ultimo governo di sinistra, nel 2001, quando furono varati aumenti di spesa del 32%. La manovra 2006 è stata improntata al rigore e, in un momento non certo facile, ha reperito risorse per 27,6 miliardi di euro confermando gli impegni del governo a sostegno delle imprese, delle fasce più deboli, della famiglia e della natalità. Ciò è stato fatto senza aumentare le tasse e puntando alla prosecuzione della riduzione del cuneo fiscale, a un piano per la casa, a uno per la famiglia (quella naturale fondata sul matrimonio), a un grande patto tra Stato, Regioni, Province, Comuni, risparmiatori e investitori che produca un punto di Pil di minore spesa pubblica e un punto di Pil di maggiore crescita.
Prodi le ribatterebbe che però l’Italia è cresciuta meno degli altri paesi europei.
è un’altra falsità: il differenziale di crescita tra l’Italia e la media dei paesi europei è costante dagli anni 80 ed è la conseguenza della moltiplicazione per otto volte del debito pubblico provocato in quegli anni. La differenza tra i risultati del nostro governo e quelli della sinistra è nei fatti: quando l’economia in Europa cresceva e governava la sinistra, il nostro paese era sotto la media europea dell’1%. In questa legislatura nonostante la stagnazione europea, il gap è sceso allo 0,8%.
Ammetterà che non è un gran risultato. Perché ci sviluppiamo meno di altri paesi?
Perché abbiamo ereditato dai governi precedenti il primo debito pubblico d’Europa. Questo significa che il costo degli interessi sull’indebitamento accumulato nel passato è pari al 4,5% del prodotto interno lordo: paghiamo per interessi il doppio di quello che pagano gli altri paesi europei. Secondo: noi non abbiamo risorse energetiche come la Francia che produce il 70% del suo fabbisogno con il sistema nucleare, la Germania che può contare sul carbone e la Gran Bretagna che ha a disposizione il petrolio del Mare del Nord. Quindi il costo della nostra bolletta energetica pesa per 40 milioni di euro. Terzo: le infrastrutture sono ferme agli anni 60 e incidono sui costi della logistica per il trasporto delle merci per il 7% in più rispetto agli altri paesi; il che comporta un costo per le nostre industrie di oltre 60 miliardi di euro aggiuntivi ogni anno. E il 25% della nostra industria è manifatturiera, quindi più esposta alla concorrenza dell’Est e di tutti i paesi emergenti rispetto alle economie degli altri Paesi europei.
Secondo la posizione espressa dal cardinale Camillo Ruini e sottoscritta da movimenti ecclesiali e associazioni sociali come la Compagnia delle Opere, le questioni dirimenti per i cattolici sono la sussidiarietà, la difesa della vita, della famiglia e della libera iniziativa delle persone. Può dirci se e come intende far sue queste preoccupazioni?
L’invito del presidente della Conferenza episcopale a rispettare la vita umana e a sostenere la famiglia fondata sul matrimonio ci trova pienamente concordi. La Chiesa è una presenza importante nella nostra società ed è sempre libera di esprimere la sua posizione. Il cardinale Ruini ha legittimamente espresso preoccupazione per le proposte di unioni di fatto alternative al matrimonio da adottare in Italia, sul modello ad esempio dei Pacs. Ma per le unioni di fatto sono sufficienti le norme previste nel codice civile, perché sarebbe sbagliato minare la centralità della famiglia, peraltro sancita anche dalla Costituzione. Per quanto attiene al nostro impegno sociale, la legge finanziaria che abbiamo approvato è in linea con quanto giustamente chiede la Compagnia delle Opere. Il mio governo è stato il primo, dopo decenni, a riportare l’attenzione sulla centralità della famiglia e sulla natalità. Già nel 2004 era stata avviata una riforma che ha favorito le famiglie meno agiate, grazie al meccanismo delle deduzioni fiscali in luogo delle vecchie detrazioni per carichi familiari: figli, persone con disabilità, badanti. Ricordo poi l’assegno di mille euro per ogni figlio nato o adottato nel 2005 e per i figli successivi al primo che nasceranno nel 2006. Abbiamo introdotto inoltre una detrazione fiscale del 19% sulle spese sostenute per gli asili nido, fino a un massimo di 632 euro. A queste misure si aggiungono poi quelle relative alla casa, con la novità del Fondo di garanzia per i mutui ai giovani che non hanno contratti a tempo indeterminato. C’è, infine, una novità significativa (“più dai e meno versi”) che permette di dedurre, nel limite del 10% del reddito, le donazioni al terzo settore fino a 70 mila euro. è una misura di libertà, che riconosce su un piano di parità il valore anche economico compiuto dal terzo settore. A questa misura si aggiunge ora il 5 per mille, cioè la facoltà per i contribuenti di destinare il 5 per mille dell’Irpef alle organizzazioni non lucrative di utilità sociale. E un altro 5 per mille potrà essere destinato al sostegno delle famiglie in cui è presente un cittadino disabile. Il nostro è un progetto complessivo che vuole più società e meno Stato, che ritiene la sussidiarietà un valore aggiunto e che spazza via la vecchia concezione statalista che, se vincesse la sinistra, tornerebbe a soffocare la società e la libera iniziativa.
Irak, Stati Uniti, Europa. Tre grandi titoli per un programma di politica estera. Dove sta, se c’è, la differenza tra la politica estera della Cdl e quella dell’Unione?
L’Occidente, dopo aver vinto la battaglia con i totalitarismi del XX secolo, ha davanti a sé un altro compito enorme: difendere i propri cittadini dalla minaccia del terrorismo internazionale e tenerli al sicuro dalla paura. è questa la nuova frontiera della libertà. Sono convinto che per vincere questa battaglia serva l’alleanza di tutte le democrazie dei cinque continenti. C’è una teoria pericolosa, quella del relativismo, molto diffusa a sinistra, che pensa che alcuni popoli non possano trarre vantaggio dalla democrazia. La storia insegna che invece la democrazia è contagiosa. L’atteggiamento scomposto e irresponsabile dell’Unione di fronte al mio discorso davanti al Congresso americano è significativo: in esso c’è un mix di provincialismo e di pulsioni antiamericane nate negli anni della Guerra fredda e mai del tutto sopiti. Chi è stato per decenni dalla parte dei nemici della libertà, è inconsciamente portato a difendere il suo passato, anche se ufficialmente lo rinnega. La politica estera costituisce una delle basi portanti per valutare l’affidabilità di una coalizione: l’Unione procede in ordine sparso tra sedicenti filoamericani, tra presunti e convinti difensori dello Stato di Israele che però convivono e fiancheggiano partiti che vanno in piazza a bruciare le bandiere Usa e quelle con la Stella di David. Se mai dovesse andare al governo la sinistra, la credibilità internazionale dell’Italia precipiterebbe.
Nel programma dell’Unione abbiamo contato 45 “tavoli” nuovi, lo spaccato dell’Italia vista dall’Unione e riassunta da Prodi in quella formula («un pochino di felicità»). E lei viene accusato di esercitare una monarchia personale.
Guardi, mi riesce difficile immaginare quale felicità possa promettere Prodi agli italiani: quella di aumentare le tasse, compresi i titoli di Stato? La sinistra è in grande difficoltà e smentisce indignata di voler tassare Bot e Cct, ma il progetto annunciato dall’Unione di armonizzazione delle tasse sulle rendite finanziarie contiene in effetti anche l’aumento della tassazione sui titoli di Stato. A rivelarlo non è stato un giornale vicino al centrodestra, ma lo stesso quotidiano della Confindustria, che ha fornito notizie dettagliate di un piano già arrivato allo studio di fattibilità. E quindi molto concreto. Quanto alla mia presunta monarchia, almeno abbiano il pudore di definirla monarchia costituzionale, perché con le norme vigenti nessun premier, neanche se volesse, potrebbe fare davvero il dominus della sua coalizione.
Leggi ad personam, commistione tra le sue aziende e la politica, accuse di mafiosità. Sa meglio di noi di cosa l’accusano le quantità davvero industriali di libri, articoli, inchieste, film che sono circolati in questi anni e che ora vengono condensati nel “Caimano” di Nanni Moretti. Ci può dire una parola definitiva sui suoi affezionatissimi nemici?
Hanno messo su un’industria che ha proliferato con le menzogne sulla mia persona, ma è un teatrino che credo abbia stancato. Faranno la fine di Michael Moore, miseramente naufragato sotto il peso delle sue bugie su Bush. Il problema più grande non sono però loro, ma la sinistra cosiddetta “moderata” che ha sempre assecondato le campagne di criminalizzazione orchestrate nei miei confronti, di cui fanno parte a pieno titolo, oltre al girotondismo cinematografaro di Moretti, anche gli insulti di tutti i protagonisti della sinistra e la giustizia politicizzata con i suoi attacchi ad orologeria.
Perché il suo esecutivo ha dato vita a provvedimenti a dir poco contraddittori rispetto alla riforma della giustizia promessa nel Patto con gli italiani?
È vero: abbiamo fatto una riforma imperfetta della giustizia. Da parte nostra non c’era alcuna volontà punitiva rispetto alla magistratura, e abbiamo ricercato il dialogo per anni. Dall’altra parte abbiamo però trovato un muro, così come alcuni alleati si sono opposti alla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri.
Abbiamo notato in lei una certa insofferenza istintiva verso il profilo umano e politico di Prodi. Solo un’impressione?
Abbia pazienza, io sono un liberale da sempre, ho fondato un partito che ha il consenso della maggioranza relativa degli italiani e ho garantito un futuro all’Italia moderata, all’Italia che produce e che si è lasciata alle spalle le ipoteche ideologiche. Io e Prodi abbiamo due visioni opposte del paese. Tutto qui. Nulla di personale. Io amo la libertà, la vita, il lavoro. Rappresento l’Italia laica, cattolica e popolare. Prodi, invece, rappresenta personalmente la continuità politica delle vecchie oligarchie e di quel cattocomunismo compromissorio che ancora rappresenta un macigno sulle strade delle riforme. Ma quel che è peggio è che lui si presta consapevolmente ad essere l’utile “controfigura” dei veri leader della sinistra che non possono presentarsi agli elettori con la loro faccia per il loro passato e per il loro presente comunista. È uno strumento, una pedina senza un proprio peso politico, senza un proprio partito, che ha ricevuto dalla coalizione l’elemosina di soli cinque deputati. E che la sinistra sfrutterà e terrà in ostaggio e in gioco soltanto finché le farà comodo per poi sostituirlo probabilmente con D’Alema come d’altronde è già accaduto la volta scorsa.
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