Siamo uomini o calciatori
Una volta ho tirato una sedia su un tavolo della redazione. Ho colpito un computer, ma non ho prodotto danni a uomini e cose. Se avessi mirato più a destra o più a sinistra magari avrei innescato una reazione a catena che avrebbe prodotto chissà quali disastri. Ci pensavo seguendo le vicende del giocatore del Como (Ferrigno) che ha spedito all’ospedale in fin di vita un collega del Modena (Bertolotti): a volte la follia di un momento rovina più vite di quanto uno possa immaginare. Quando succedono queste cose si filosofeggia sul calcio malato, su calcio sovraffollato, sulle tensioni che albergano all’ombra del pallone. Si forniscono ricette, si deplorano situazioni insostenibili, si tira pure di mezzo il Papa (“ma come tre settimane fa c’è stato il Giubileo degli sportivi”). Cioè si pensa che il problema sia il calcio e non l’uomo che lo gioca. Si pensa che si dovrebbero giocare meno partite, guadagnare meno soldi, magari sospendere il campionato. Insomma “fare qualcosa”. Invece, credo, che ci sia la necessità di “essere qualcosa”, anche nello sport. Uber alles.
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