Siate realisti, chiedete la flessibilità
Parigi. Sabato 19 marzo, riuscendo a portare oltre un milione di persone nelle piazze, le organizzazioni sindacali e studentesche hanno mostrato la loro forza. Il primo ministro Dominique de Villepin, sostenuto dal presidente Chirac, dalla maggioranza parlamentare e dal governo, più o meno compatti, ha risposto che non farà marcia indietro, pur essendo disponibile a ridiscutere alcune parti di quel Contratto di primo impiego (Cpe) del quale i manifestanti non vogliono neppure sentir parlare, considerando inaccettabile precarietà la possibilità offerta dal Cpe al datore di lavoro di licenziare i neoassunti in qualsiasi momento entro i primi due anni dall’assunzione, anche senza una giusta causa. Un licenziamento facile che ha reso estremamente diffidenti anche i sindacati confederali, che vedono questo nuovo contratto come il primo passo verso un più generale smantellamento delle garanzie oggi assicurate dai contratti di lavoro.
La realtà, però, è un po’ diversa. In Francia infatti, da praticamente trent’anni, la disoccupazione è attorno al 10 per cento. Una percentuale che nel 2005 sale al 22,7 per i giovani tra i 18 e i 26 anni e supera il 40 per quelli meno qualificati. Già oggi il 70 per cento dei giovani che trovano un lavoro deve accontentarsi di un contratto interinale che dura al massimo 15 giorni, o di un contratto a termine che nella metà dei casi dura in media meno di un mese. A questo va aggiunto che un giovane francese impiega dagli 8 agli 11 anni nella ricerca di un lavoro stabile mentre la media nei paesi Ocse è compresa tra i 3 e i 5 anni. Il Cpe, riservato proprio ai giovani che hanno meno di 26 anni e alle aziende con oltre 20 dipendenti, permettendo di licenziare più facilmente potrebbe rendere meno “schizzinose” le aziende, spingendole ad assumere un giovane anche se non ha una concreta esperienza del mercato del lavoro. Se poi il nuovo contratto non dovesse funzionare, è comunque difficile immaginare che possa peggiorare una situazione già catastrofica. Di fronte a una tale evidenza le ragioni dell’attuale prova di forza vanno cercate altrove.
Il ruolo dei socialisti
Per i sindacati la contestazione del Cpe è una reazione contro il primo ministro, che nonostante le promesse non li ha consultati, e anche un modo per ritrovare l’unità dopo le sconfitte degli ultimi tre anni, che hanno visto il governo precedente, quello di Jean-Pierre Raffarin, riuscire a imporre contro la volontà della piazza alcune riforme, come quella molto contestata (benché modesta) delle pensioni. Tra i partiti all’opposizione, tutti contrari al Cpe, sono soprattutto i socialisti ad approfittare della situazione, utile per qualche settimana almeno a nascondere la guerriglia interna tra i diversi “candidati alla candidatura” per le presidenziali del 2007. Proprio ai socialisti infatti si deve molta della mobilitazione studentesca: soprattutto nelle prime fasi, fra gli agit-prop più attivi si distinguevano quelli dell’Unef, un sindacato universitario “vicino” ai socialisti, che a forza di occupazioni e picchetti è riuscito a creare nell’opinione pubblica l’impressione di un movimento di massa.
Da alcuni giorni però nelle università la situazione sta cambiando. Chi si oppone alle occupazioni sta organizzando referendum, e alcuni studenti, ai quali viene impedito con la forza di entrare nelle università, hanno denunciato i rispettivi rettori, che dovranno così rispondere davanti alla legge del loro complice immobilismo. Per ora, se il governo cede non guadagna nulla. Anzi, rischia di perdere il consenso di quel 50 per cento di elettori della maggioranza che ancora lo sostiene. Senza contare che il Cpe potrebbe davvero funzionare.
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