Sila Gum. E’ la Calabria, bellezza
ppena fuori Lamezia Terme, la piana di Sant’Eufemia è disseminata di fabbricati, capannoni industriali. Molti si direbbero nuovi di zecca, altri sono cantieri. Sembra il Nord Est. Invece è il Far West: l’area è praticamente disabitata e gli stabilimenti stanno piantati nella pianura come formicai vuoti, scheletri senza viscere, parallelepipedi da finanziamento agevolato. Come si diceva una volta? Cattedrali nel deserto.
Il mostro Sir
È l’eredità del meridionalismo alla Pasquale Saraceno, fatto di regalie e di fondi perduti, della politica in stile Iri che per fecondazione artificiale avrebbe dovuto far nascere gli imprenditori nel Mezzogiorno, per magia avrebbe dovuto far sviluppare i distretti industriali, le infrastrutture, gli indotti, e poi il boom. E che – boom – invece ha seminato la Calabria di mostri. Come la Sir, il più antico e imponente fra i templi del lametino, un colosso chimico che comprende tuttora, sparpagliati su una superficie infinita, impianti completi di macchinari teoricamente funzionanti (così vuole la leggenda), un acquedotto industriale, una centrale elettrica, un inceneritore, un depuratore e – se non lo si vede non ci si crede – un pontile di ferro e cemento che dalla spiaggia a ovest della piana s’allunga per circa un chilometro dentro il golfo di Sant’Eufemia. Un gigante assediato dai gabbiani, infestato da erbacce e ruggine. Costo: 2mila miliardi di lire all’Italia e sei anni di lavoro per 3.500 persone. Il bello è che tutto questo ambaradan non è mai entrato in funzione.
O quasi. Proprio accanto al cancello principale dell’ex Sir infatti, fra edifici semi-insabbiati e capannoni deserti da sempre, ci sono – miracolo! – cinquanta calabresi che producono caramelle. Montagne di caramelle, un’infinità di colori e profumi. Liquirizie, gommose, cocacoline, orsetti, rondelle, e chi più ne ha più ne metta. D’accordo, Sila Gum non sarà esattamente il vessillo di quella grande industria del Sud di cui tanto s’è favellato, e nemmeno sarà un’azienda coi numeri del market leader, ma sono ormai più di dieci anni che resiste, producendo caramelle e offrendo lavoro in quello che negli anni Settanta doveva diventare il distretto industriale dei sogni e oggi invece è destinato al degrado totale. Sila Gum è un fenomeno emblematico di uno strano movimento indigeno che, messi al bando lamentele e piagnistei, comincia a por mano alle macerie abbandonate in Calabria dal paternalismo meridionalista per trasformarle in fucine di rinascita culturale, sociale e produttiva. A partire da Lamezia Terme.
Saladino contro Saraceno
A Lamezia, per esempio, opera gente come Antonio Saladino, veterinario, laureato a Milano e ritornato in Calabria per esercitare la professione, che nel 2001, a 47 anni, ha deciso di abbandonare per dedicarsi interamente all’imprenditoria. Il movente? Saladino ama la sua terra. «Lo sviluppo del Sud non può calarlo dall’alto lo Stato. La legge 44 al massimo può tirare su capannoni come quelli che vedi qui all’ex Sir, ma per fare le fabbriche ci vogliono gli uomini. Senza gli uomini, i capannoni sono mostri. Per la ripartenza della Calabria è più importante il lavoro dell’intervento statale». Così, nel 1989, è nata Sila Gum, «grazie alla legge De Vito per l’imprenditoria giovanile, ma soprattutto grazie al fatto che con me si sono coinvolti i miei amici dei tempi dell’università, che nel frattempo erano già diventati imprenditori. Il loro intervento è stato fondamentale perché, di fronte alle cattedrali nel deserto, è evidente che non è con un decreto che si ottiene lo sviluppo del Meridione e che per fare l’imprenditore bisogna imparare da chi l’imprenditore già lo sa fare. Il problema del Sud è educativo». Perciò, oltre a creare sempre nuove possibilità di lavoro per l’enorme bacino dei disoccupati calabresi, Saladino conserva anche la tensione a diffondere una cultura rivoluzionaria: «Il calabrese non vuole “lavorare”, vuole un “posto”. La sua occupazione ideale è il bidello, il posto pubblico con busta paga trasparente, in cui meno si deve lavorare, meglio è. Ormai si sa che in questa regione il settore pubblico è sovraffollato, eppure la gente cerca il “posto” e per quello è disposta veramente a tutto. Ecco perché dico sempre a quelli che si rivolgono a me: “Ti offro lavoro, non un ‘posto’. Il posto c’è solo al cimitero, ma pure per avere quello ci vuole una raccomandazione!”». E della gente che si rivolge a Saladino per avere un lavoro, c’è ogni giorno la coda. Perciò il veterinario imprenditore si è dovuto inventare di tutto. Con la sua rete di indaffarati collaboratori ha dato vita a società di outsourcing, lavoro interinale e formazione che portano avanti i progetti più disparati: dalla gestione di interi supermercati all’alfabetizzazione informatica di 7.200 disoccupati, dalle pratiche ministeriali per la regolarizzazione degli immigrati (quelli della Bossi-Fini) alla sorveglianza idraulica di zone a rischio alluvione (vedi Soverato), dal riallineamento dei dati sul patrimonio zootecnico calabrese all’osservazione dell’erosione costiera. Insomma, alla fine della fiera, tra progetti svolti dalla need di Saladino e quelli realizzati con diversi partner (in primis Obiettivo Lavoro per l’interinale e whynot per l’outsourcing), a Lamezia Terme, nel cuore della regione più disoccupata d’Italia, esiste una realtà che nel 2003 ha avviato 13.500 persone all’interinale, stabilizzato 1.000 posizioni e formato 8mila lavoratori. Una realtà quindi che tocca il nervo scoperto della Calabria, il lavoro, da oltre un secolo monopolio dei potenti di turno, strumento di “controllo” sulla popolazione. «La gente ci guarda stranita, non si capacita del fatto che qualcuno, in Calabria, possa aiutare gli altri a trovare lavoro senza chiedere niente in cambio».
Una questione di responsabilità
«La passione per la mia terra è diventata una questione di responsabilità», spiega Pietro Macrì, calabrese, giovane amministratore delegato di Met Sviluppo, che ha conosciuto Saladino in aereo, per caso, e oggi con il veterinario imprenditore porta avanti progetti come la realizzazione di un supercalcolatore per l’Università di Cosenza. «Ho studiato a Firenze, ho lavorato a Bologna, Milano, Londra, Oslo. Non credo di peccare di vanità se dico che adesso sono una “persona di qualità”, che mi sono “migliorato”. Ma se una calabrese che va al Nord o all’estero “per migliorarsi” non torna per darsi da fare nella sua terra, come può sperare che anch’essa migliori da ultima regione d’Europa qual è? Ho scommesso sulla Calabria perché sono convinto che, di fronte all’allargamento delle frontiere europee, di fronte allo spauracchio cinese e indiano, il Nord Italia possa contare sul Sud come alleato, più di quanto si pensi. La disoccupazione del Sud Italia è molto scolarizzata, perché qui sono tantissimi quelli che studiano all’università ma non trovano lavoro. Il Nord invece è più laborioso, pragmatico. Allora, se la sfida globale richiede di puntare sulla qualità che il prodotto comunica, e non più sull’ottimizzazione dei costi (perché contro la Cina e l’Est Europa non si vince sui costi), in Italia potremmo addirittura delocalizzare all’interno del paese. Ci sono dei milanesi che lavorano per Met nella sede di Vibo Valentia e dei calabresi che lavorano a Milano. Quando i nostri dipendenti di Padova parlano di Met, dicono “noi calabresi”». Risiede proprio in questa sinergia tra Nord e Sud l’arma vincente di Met Sviluppo: «Nel settore dell’Information Technology noi puntiamo alla “parte alta” del mercato: siamo leader nel controllo di gestione, nella cosiddetta business intelligence… Facciamo più affari al Nord che al Sud, anche se molto del lavoro è svolto in Calabria, perché non abbiamo paura a ragionare in termini internazionali, ad avere ambizioni grandi: a Vibo Valentia abbiamo realizzato ad esempio il World Chambers Network, il portale mondiale delle camere di commercio, che attualmente manteniamo dalla sua sede a Parigi».
Saladino è scuro come tanti meridionali, magari un po’ più imponente, ma sorride sempre. Ascolta e si spiega senza mezzi termini. «La Calabria è piena di problemi. È proprio da ricostruire, è come se fossimo nel Dopoguerra. Di lavoro ce n’è tanto da fare, però si fatica a trovare chi è disposto ad assumersene la responsabilità, e non solo perché qui di solito si passa per le clientele. Ma anche perché i calabresi soffrono di una sorta di cinismo che li porta a curare magari fin nel minimo dettaglio la propria casa, i propri affari, e a trascurare di converso tutto ciò che è pubblico, cioè “di nessuno”. E perché il retaggio di questa terra è una strana tendenza a gettare la spugna in partenza: ogni impulso all’innovazione che richieda un certo impegno sembra la terra promessa, “sarebbe bello, ma in Calabria non funzionerà mai”. Sono rari quelli pronti all’avventura del lavoro per come essa ci si propone oggi. Noi prima di tutto dobbiamo abbattere il mito del posto pubblico e diffondere una mentalità nuova, che predisponga la gente ad affrontare la realtà a partire dai problemi che essa stessa suscita, l’unica mentalità che ci permette di creare così tante possibilità per i calabresi». A quanto pare, la Calabria, patria del meridionalismo spinto, buco nero delle agevolazioni statali, ha da insegnare qualcosa a tutta Italia: «Lo sviluppo lo devono fare gli uomini, lo Stato deve creare le condizioni, le infrastrutture».
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