Silenzio, ora parla il soldato Mandelson

Di Bottarelli Mauro
20 Maggio 2004
Il guru del New Labour tiene una lezione alla Camera e la sinistra cosa fa? Diserta. Per non sentirgli dire che «fuggire dall’Irak sarebbe una scelta irresponsabile per tutti, soprattutto per la futura Europa»

Mentre lo inseguiamo lungo i corridoi che si affacciano sulla Sala della Lupa della Camera dei Deputati, Peter Mandelson non dimentica la proverbiale cortesia britannica e accetta di rispondere a Tempi su uno dei temi più caldi del momento: la guerra in Irak. «C’è una questione fondamentale che dovete ricordare tutti prima di interpretare la politica britannica attraverso i suoi media: ovvero, che contano zero per il semplice fatto che si occupano di gossip, non di notizie. Da giorni ripetono che Tony Blair starebbe per dimettersi: per quale motivo dovrebbe farlo?». Ad esempio perché le critiche interne al partito, già esplose con la riforma universitaria e poi con la guerra, dopo la pubblicazione delle foto sulle torture sono diventate veementi? «Io guardo la politica con il pragmatismo che merita: tutte queste vicende, questi scogli in cui il primo ministro si sarebbe dovuto incagliare, sono stati superati nonostante la stampa e i proclami catastrofistici. Io non vedo un partito diviso in fazioni, vedo dei deputati che l’anno prossimo dovranno affrontare le elezioni generali e vorranno vincerle: per farlo ci vuole un leader e non ci sono altri leader in giro migliori di Tony Blair. La guerra, poi, è una scelta che io rivendico tuttora con orgoglio: Saddam andava deposto per il bene e la sicurezza di tutti e ora il nostro dovere è garantire un futuro di stabilità e pace all’Irak aiutando il suo popolo a costruire una democrazia reale. Per il loro bene e per la nostra sicurezza: il resto sono words, nothing more». Tempi ha incontrato il due volte ministro del governo laburista britannico, spin doctor dell’inquilino di Downing street e chairman del think tank Policy Network a Roma in occasione dell’incontro organizzato dall’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà sul tema della welfare society. Un incontro per seguire il quale, sulla carta, i presunti riformisti alla britannica del Triciclo avrebbero dovuto affollare la sala fin dal mattino presto, visto anche l’orgoglio con cui rivendicano i propri viaggi-studio in quel di Londra, quasi sentissero il bisogno morale di sciacquare i massimalismi di ritorno nel Tamigi. Invece nulla, assenti ingiustificati. Ma come dar loro torto: con sincronia che poco lascia al caso, infatti, mentre Peter Mandelson definiva senza mezzi termini «un errore madornale» la scelta della Spagna di ritirare i propri contingenti, la sinistra nostrana ufficializzava un’identica richiesta al governo da presentare il 20 maggio prossimo. Alla faccia della ricetta di Giuliano Amato e del buonsenso.

C’è chi scappa e chi no
Ma cosa ha detto, nello specifico, Mandelson a chi lo interrogava sull’Irak? «Lasciare quel paese ora sarebbe una scelta irresponsabile. Dobbiamo avere il coraggio di rimanere, poiché in caso contrario l’Irak piomberebbe nella guerra civile, con rischio di partizione e contraccolpi pericolosi nelle aree vicine come Turchia, Siria, Iran. Inutile negare che nella gestione della guerra siano stati commessi degli errori, chi non ne fa, ma questo non significa e non deve significare affatto che la missione militare sia stata una scelta politica sbagliata. Questo è il mio pensiero ed è anche quello del primo ministro Tony Blair». Che la questione irakena stesse in cima ai pensieri di Mandelson lo si era capito subito quando, appena salito sul leggìo degli oratori, aveva rubato una decina di minuti al suo intervento sulla welfare society per un fuori programma di sapore bellico: «Se abbandonassimo l’Irak la prima conseguenza sarebbe un aumento esponenziale della violenza perpetrata da Al Qaeda, dagli sciiti radicali, dagli stessi ex sostenitori di Saddam. Sarebbe un suicidio e un atto di codardia: chi, non agendo in malafede, può dire che uno scenario come quello appena prospettato può essere d’aiuto allo sviluppo e alla sicurezza del popolo irakeno? Chi può onestamente pensare che un Irak instabile possa giovare al sostegno del processo di pace in Medio Oriente? Una fuga di massa della coalizione riverbererebbe le sue conseguenze anche sulla Nato, indebolirebbe di fatto l’Alleanza atlantica. E questo sarebbe il viatico per l’arrivo del terrore alle porte di casa nostra». E l’Europa, la presunta entità che secondo le anime candide dovrebbe ritagliarsi un ruolo di centralità politica e operativa nel dopo 30 giugno irakeno? «Se andassimo via, le conseguenze per la diplomazia internazionale sarebbero devastanti e ne pagheremmo le conseguenze, in termini di divisioni e instabilità, per moltissimi anni. Vogliamo forse tirare indietro le lancette della Storia? Per questo è fondamentale riuscire a creare un governo democratico, a stabilizzarlo e a garantirgli uno sviluppo sotto l’egida Onu che ci porti a una progressiva cessione di poteri al popolo irakeno dal 30 giugno prossimo. Come è possibile ottenere questi risultati con la fuga? Restare non significa occupare o sostituirsi a un governo autonomo locale: anzi, significa supportarlo, farlo crescere in sicurezza fino a quando sarà in grado di gestire la situazione interna con le proprie forze». Ma cosa pensa Mandelson dei “colleghi” della sinistra italiana, tutti intenti a invocare il “rompete le righe”? Acquisita una postura più flemmatica di quella di Sherlock Holmes, il guru avverte: «Non sta a me, perché sarebbe presuntuoso da parte mia, dare giudizi sulle scelte politiche della sinistra italiana. Posso solo ripetere quanto detto finora: anche se le torture e i morti non aiutano, dobbiamo ricordare quale è il fine ultimo. Non siamo entrati in Irak insieme, ma è fondamentale andarsene insieme lasciando alle spalle un paese nuovo, stabilizzato e democratico. Altrimenti avremo perso tutti quanti, in primis l’Europa politica che vogliamo costruire». Cos’altro aggiungere, se non una conclusione tra l’ironico e l’amaro. Ovvero che sono bastate un paio d’ore per capire il motivo per il quale i laburisti in Gran Bretagna vincono le elezioni e governano bene, mentre in Italia il centrosinistra ondeggia come uno jo-jo tra tentazioni riformiste e comodi rifugi massimalisti in attesa di un miracolo chiamato autolesionismo della Casa delle Libertà. Loro, infatti, hanno gente come Peter Mandelson a operare come spin doctor del primo ministro e a tracciare le linee guida della politica, qui i presunti leader si affidano invece a Klaus Davi e Gad Lerner…

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