Sindrome di clericonnipotenza

Di Luigi Amicone
20 Aprile 2006
POVERO LAZZATI E POVERO DOSSETTI SE PER EPIGONO AVRANNO IL "PRODINO"

State tranquilli, non è un divorziato come Berlusconi. Per gente come lui il cristianesimo è principalmente affare di tenuta morale.
Di stoicità più che di storicità.
Perciò, niente violazioni dei limiti di velocità, niente donne, niente vizi (o perlomeno nessuno di quelli che possano essere rilevati senza violare le leggi sulla privacy).

Il curato bonario
Insomma, non stiamo parlando di un uomo senza qualità. Ma di un uomo che almeno una qualità ce l’ha. La qualità di essere prete. Cioè un tale che da qualche parte una volta ha detto “sì” a Gesù Cristo nella totalità del contenuto e della forma del suo passaggio di essere umano tra gli esseri umani di questo mondo. Un tale che, ad esempio, dice «è da un pezzo che non mi occupo più degli affari materiali della parrocchia. Per le proprietà c’è il ragioniere del consiglio pastorale. Arrivare a settant’anni e non aver perso del tutto la fede è già un bel traguardo per un povero parroco». Queste, ci crediate o no, sono le parole di commiato pronunciate da un vecchio prete a un giovane parrocchiano che gli chiedeva notizia di una vecchia cascina abbandonata, di proprietà ecclesiastica (cascina poi andata in malora, o a Pirelli Real Estate, questo francamente non si sa), per verificare se per caso fosse disponibile a discutere l’acquisto o l’affitto della medesima da parte di un gruppo di famiglie, con prole molto numerosa e parecchio impegnate nel mondo dell’educazione cattolica. Sondaggio che, come quelli elettorali di settimana scorsa, è svaporato in un battibaleno perché il parroco ci crede poco, il consiglio pastorale ne ha in mano l’anima e il ragioniere la roba.

Il magnifico nobiluomo
Come in un flash back, il parrocchiano ha rivisto passare davanti agli occhi il suo Magnifico Rettore di Università Cattolica. Quel Giuseppe Lazzati che un giorno dei primi anni Ottanta lo aveva chiamato in ufficio per fargli una paternale intorno a un certo volantino distribuito dai Cattolici Popolari, di cui lo studente era allora responsabile. Il sempre elegante e inamidato Lazzati parlava con voce sottile, quasi chioccia, mormorava come il Piave di quella famosa canzone della Prima guerra mondiale. Quello studente aveva davanti a sé il più devoto e nobile uomo cattolico postconciliare. Un uomo che si diceva risolutamente laico, tollerante, dialogante (eccetto che con i ciellini e, per ragioni diverse da quelle teologiche, eccetto che nella Fondazione Toniolo, dove la laicità non di Lazzati, ma dei lazzatiani, era risolutamente immersa nella roba democristiana). Si capisce perché l’ottimo rettore avesse il limite di non capire il popolo, i ragazzi venuti dalle periferie, le matricole provenienti dagli istituti tecnici industriali. Non riusciva proprio a immedesimarsi nelle ragioni per cui dei mezzi teppistelli potessero aver scelto la Cattolica. Soprattutto, non capiva come fosse possibile che don Giussani, il prete della borghesia del liceo Berchet, avesse addirittura messo certi cani senza collare alla guida del suo movimento (cfr. Massimo Camisasca, Comunione e Liberazione, terzo volume, marzo 2006). Naturalmente Lazzati aveva buone ragioni per lamentarsi. Erano così irruenti, quei ragazzi, e dalle vite così spericolate, che gli dovevano apparire lontani anni luce dai suoi fedeli professorini dell’Azione cattolica, per lo più provenienti da famiglie agiate del Sud Italia.

Il popolo che va da un’altra parte
Lazzati era un brav’uomo, di quelli non difficili da trovare, ma a differenza di tanti altri sembrava intimamente irrisolto, pareva covasse dentro di sé un sordo risentimento, un male oscuro di vivere. Forse lo struggeva il fatto, come ebbero a dirsi lo stesso Lazzati e Dossetti nel colloquio registrato da Leopoldo Elia e Pietro Scoppola, che «il Papa sbaglia con i movimenti», «il Papa non capisce» (il riferimento era a Giovanni Paolo II). Un risentimento e un male oscuro di vivere che sembrano riecheggiare (solo forse in maniera più bolsa e ispessita) anche ai nostri giorni. Attenzione, non nella vasta maggioranza dei credenti laici (e, novità delle novità, in tanti laici curiosi non credenti) ai quali, anzi, piace vivere, ragionare, andare a votare, andarci in massa e andarci senza considerare come un’indebita intrusione nella vita politica i razionali criteri di giudizio proposti da papa Benedetto XVI e dal principe della Cei Camillo Ruini (che, purtroppo per Romano Prodi, sono criteri che obiettivamente hanno militato più a favore della Casa delle Libertà che dell’Unione). Ma un risentimento e un male di vivere che riecheggia nelle prediche di certi preti e di qualche ultima vedova lazzatiana e dossettiana che si trova ancora abbastanza a suo agio nelle segreterie diocesane e vaticane. Preti i cui richiami, omelie, prese di posizione, non hanno quasi più alcuna incidenza sulla vita della gente (che preferisce ormai di gran lunga riflettere, riferirsi, seguire direttamente gli insegnamenti e le indicazioni del Papa e della Cei) e vedove di cui il popolo non sospetta neanche l’esistenza (di qui lo sforzo – e l’uso da parte dei poteri finemente antipapali – di uscire ogni tanto sulle pagine di qualche quotidiano con qualche discussione più o meno peregrina su ciò che resta del cosiddetto “spirito postconciliare” o con la recensione di saggi intracattolici dal sapore antiquario).

L’integralista gentile
Ciò che una volta fu chiamato “catto-comunismo” – sorta di lazzatismo senza Lazzati e di dossettismo senza Dossetti – si risolve oggi in una stanca idolatria dello Stato-Costituzione e in un ossificato richiamo etico-morale. Esso sembra oggi esausto, sebbene possa ancora imporre il suo marchio di fabbrica su un premier in pectore, su cinque deputati (più due o tre margheriti) e su un numero consistente di preti (tipo Bartolomeo Sorge) specialisti nella rendita politica collaterale ai partiti della sinistra. Inutile ricordare che questo residuo della stagione del cosiddetto “cattolicesimo-democratico” che fu un tempo alleato al Pci berlingueriano, è costituito da veri e propri professionisti della riduzione del cristianesimo a “mito umanitario” e, di conseguenza, a instrumentum regni.
Ma è bene tener presente che di questo piccolo mondo profondamente ideologico, integralista, illiberale, entro cui pulsano ansie totalitarie, Romano Prodi rappresenta il volto burocratico e autoritario. Il volto statalista e sospettoso nei confronti della libertà individuale e dei gruppi sociali. Il volto dello Stato etico-dirigista e della pretesa di “rieducare” e “guidare” le persone e il popolo verso quel “bene comune” che persone e popolo non sarebbero in grado né di vedere, né, tantomeno, di realizzare.

L’intransigenza del puro potere
Insomma, il volto né cattolico (la rabbia di Prodi contro Ruini la dice lunga in proposito, vedi l’articolo di Emanuele Boffi a pagina 8), né popolare (prova ne è il trionfo personale di Silvio Berlusconi) della gente italiana. Il volto ben ispirato e ben intenzionato del puro, duro, intransigente Potere. Che c’entrano i Letta e i Bersani con questo clericalismo autoritario che si appresterebbe a governare l’Italia?

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