Sinistra nel pantano
Il nostro collaboratore Fabio Cavallari è un bertinottiano che ha il vizio di ragionare. Questa settimana il suo “visti da sinistra” viene occupato da un colonnello Kurtz e dall’alleata anglo-americana Erica Scroppo (altra collaboratrice di provenienza Pci e Cgil, ma che non partecipa al tramonto della ragione a sinistra), il compagno Cavallari passa in editoriale. Il seguente: «Schieratevi saddamiti, mostratevi pubblicamente, non nascondetevi attorno all’ipocrisia delle vostre parole». Questa la provocazione lanciata da Il Foglio. Prima Barenghi direttore del Il Manifesto, poi Pintor e Dino Frisullo, Berlinguer e Pietro Ingrao, hanno risposto: sappiamo chi è Saddam, conosciamo le malefatte del suo regime, non ci siamo scordati dei curdi, ma non chiedeteci se speriamo che la guerra finisca immediatamente.
Noi “tifiamo” per la resistenza irakena, non farlo vorrebbe dire augurarsi il trionfo degli Usa. Più la guerra durerà, più l’amministrazione Bush risulterà sgradita al mondo. Più la guerra durerà, più verranno confermate le contraddizioni del sistema imperiale statunitense. Pensieri che hanno sfiorato buona parte della sinistra. Non mi sottraggo a questo psicodramma. Inconsciamente o con perfetta cognizione di causa, questi pensieri sono passati per le nostre teste. è questo l’antiamericanismo? Può essere, ma non è il punto. Se per antiamericanismo si vuole intendere l’avversione al capitalismo, io ritengo che si può anche essere antiamericani. Il punto essenziale è che a “sinistra”, popolo e leader sono orfani di una politica in grado di affrontare e misurarsi con il sistema capitalista. Gli Usa, questo rappresentano: il sistema del capitale. Sistema rispetto al quale, dobbiamo ammetterlo, non si è ancora riusciti a proporre al mondo un’alternativa reale. Questo è il pantano da cui ha origine lo psicodramma politico ed umano della sinistra. Si vuole la pace ma non si è in grado di formularne una visione realistica. Si vuole la pace esaltando il concetto etico di questa parola, ma si è nell’impossibilità di affrontarla politicamente. è in questo contesto che l’antiamericanismo perde anche il suo valore concettuale, è in questo panorama che l’anticapitalismo diviene pura testimonianza d’opposizione. Orfani di un’opzione politico-strategica reale, trionfa “l’anti” e si diventa, quasi inconsapevolmente, saddamiti. Orfani di un’alternativa si “tifa” contro, affidando il proprio pantano alla “sacra resistenza irakena”, il proprio psicodramma alla nobile pulsione etica del “con i deboli contro i forti”. La macrocontraddizione che emerge dalla speranza di assistere ad una guerra “lunga”, non sta solo nell’ovvia constatazione che più guerra ci sarà, più morti si dovranno contare, ma è nella propria storia politica e personale. Saddam, il mondo arabo, la guerra di civiltà, lo scontro religioso non appartengono alle possibili alternative per la sinistra. La resistenza irakena non rappresenta lo scontro tra il proletariato e la borghesia, non ha nulla a che vedere con la lotta degli oppressi, è lontana anni luce dall’opzione comunista per l’abrogazione della divisione del lavoro o della risoluzione del conflitto capitale-lavoro. Paradossalmente tutta la sinistra ha compreso queste cose, ma essendo orfana si ritrova impantanata, corpo e cervello, in un’ipotesi “contro”.
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