Sinistre bugie e scomode verità
Il senso di quanto stiamo per dirvi sta racchiuso, almeno a livello paradigmatico, nella decisione del think tank britannico Policy Network, vicino al Labour di Tony Blair, di escludere rappresentanze della sinistra italiana dal seminario che inizia oggi presso il Foreign Office a Londra. Di più, ancora più chiara nel rappresentare l’aria che tira negli ambienti sedicenti riformisti di casa nostra è la dichiarazione al riguardo rilasciata lunedì al Corriere della Sera dall’economista liberal dei Ds, Michele Salvati: «I casi sono due: o gli inglesi hanno fatto una sciocca gaffe o la loro è stata un’esclusione intenzionale». Formali come sono gli inglesi, noi (e pensiamo anche Salvati) propendiamo per la seconda ipotesi. E non ci sarebbe da stupirsi al riguardo, visto che l’atteggiamento che il centro sinistra sta tenendo sul terreno delle riforme si avvicina molto di più al Pc cubano (il partito, non il computer) che al 10 di Downing street. Un esempio? La riforma Moratti su scuola e università.
Mentre Blair ribalta l’istruzione media secondaria e quella universitaria, arrivando all’estremizzazione delle classi divise per capacità e non più per età anagrafica, qui i sedicenti riformisti si strappano le vesti per quella che è – né più, né meno – un’operazione di razionalizzazione del sistema. Per capire come sul progetto di riforma si stia giocando l’ennesima partita di poker truccata, abbiamo chiesto un parere al professor Antonino Liberatore, ordinario di Elettrotecnica all’Università di Firenze e presidente nazionale dell’Uspur (Unione sindacale professori universitari di ruolo), primo firmatario di un manifesto-appello a favore della riforma pubblicato dal quotidiano Il Foglio la scorsa settimana.
Professore, cosa c’è di tanto demoniaco in questo progetto di riforma? Sembra che le principali critiche si focalizzino sul ruolo dei ricercatori universitari e sul loro futuro: lei cosa ci dice?
Prima di tutto va precisato che il ricercatore attuale, il cui ruolo va ad esaurimento, con la riforma non perde proprio un bel nulla poiché diritti e doveri rimangono assolutamente inalterati. Caso mai ci guadagnano qualcosa, visto che per loro la riforma prevede una riserva di posti nei concorsi a venire: ai ricercatori che hanno 5 anni di insegnamento viene infatti riservato il 5% dei posti messi a concorso nella fascia degli associati. Paradossalmente, quindi, se la legge non si facesse perderebbero delle possibilità in più di diventare professori! E poi un po’ di onestà intellettuale, per favore! Tutti infatti hanno messo in evidenza come la figura di “ricercatore a vita” non vada bene e come, essendo la base del ruolo di ricercatori più ampia della base del ruolo dei professori a cui devono accedere obbligatoriamente un certo numero dei primi, alcuni debbano per forza restare fuori. La logica dei cosiddetti ricercatori cinquantenni e sessantenni non è più accettabile, né per i ricercatori stessi e la loro dignità né per il sistema. Con queste premesse non vi è dubbio che se si vuol riformare le modalità di accesso alla docenza bisognerà per forza giungere a una fascia di formazione a termine ed è ciò che è previsto nel disegno di legge Moratti: ovvero, per parlare chiaro, tu ricercatore devi formarti e io Stato ti do questa possibilità permettendoti di fare didattica e ricerca mediante contratti a termine. Di più, ti dico che con il contratto io prevedo anche di darti la possibilità di ricostruzione della carriera se un domani tu diventerai professore visto che per te lo Stato versa contributi previdenziali e quant’altro. Cosa c’è di scandaloso in questo? Inoltre, ulteriore elemento di garanzia, lo Stato prevede anche di pagare adeguatamente il ricercatore per ricompensarlo del rischio a cui fatalmente si è esposti nel percorrere la fascia di formazione a termine. Sia in Germania che in Francia che in Inghilterra è già così: per quanto possiamo essere ancora diversi?
Altro bersaglio dei contestatori è l’autonomia universitaria che verrebbe azzerata: anche in questo caso di tratta di demagogia?
Certo, anche perché la riforma è complessa e quindi bisogna spiegare punto per punto invece che esprimersi artatamente per slogan, come quello che denuncia l’abuso di decreti legislativi. Tutti i ministri della precedente legislatura, infatti, sono andati avanti con decreti legislativi del ministro anche in mancanza della legge delega. L’autonomia va intesa bene: si cominciò a parlare di autonomia con la legge 168 del 1989, la legge Ruberti, che – per gli smemorati – è rimasta lettera morta fino al 1993 quando con la legge 537 (inserita nella Finanziaria per il 1994) è stata concessa l’autonomia finanziaria alle università. Ovvero, hanno ottenuto dal ministero il fondo per la gestione autonoma. Qui nasce il primo inghippo. La legge, infatti, fissava anche dei limiti, ovvero tu università non puoi spendere più di quanto io Stato ti do. Inoltre si fissava anche il numero dei docenti e del personale tecnico ed amministrativo per i quali era garantito il finanziamento attraverso la copertura dei costi. Con la legge finanziaria del 1997 le università hanno poi chiesto ed ottenuto l’abolizione dell’organico del personale, poiché a loro dire questo vincolo era lesivo dell’integrità dell’autonomia loro concessa. La legge ha concesso sì questa abolizione degli organici, ma ha fissato dei limiti di spesa dicendo chiaramente che per il personale non poteva essere speso più del 90% dell’Ffo (Fondo di funzionamento ordinario). Non contenti di quanto ottenuto, proprio con un decreto legislativo sono state riscritte le norme per i concorsi in base alle quali per ogni posto bandito le commissioni avrebbero potuto concedere altre due idoneità: ovvero un bel 3 per 1, come al supermercato. I professori con l’idoneità conseguita hanno quindi chiesto di essere richiamati dalle sedi di appartenenza, cosa puntualmente accaduta visto che furono chiamati proprio tutti: i consigli di amministrazione delle università, a quel punto, hanno controllato se c’era la disponibilità di fondi per la chiamata nell’anno ma non hanno tenuto conto che con la dinamica salariale la spesa retributiva per ciascun docente sarebbe cresciuta, cosa della quale le università si sono accorte man mano che passavano gli anni.
Quindi, il collasso finanziario…
Ovvio, ma c’è di più. Nella legge 537 c’era anche scritto che gli aumenti retributivi avrebbero fatto carico sul fondo di funzionamento ordinario, ma anche di questa precisazione le sedi universitarie non hanno tenuto conto: negli ultimi due, tre anni casualmente la gran parte delle sedi universitarie ha cominciato ad avere i bilanci in rosso per le troppe spese. Da qui la ridicola e irrealistica richiesta dei rettori al ministro di finanziare le casse delle università. Ma cosa può fare la Moratti? La spesa annuale prevista per ciascuna sede universitaria viene fissata dalla legge Finanziaria, il ministro non ha quindi alcuna possibilità di andare incontro alla richiesta dei rettori. Per questo noi che abbiamo firmato l’appello-manifesto diciamo sì all’autonomia, sì a maggiore finanziamento statale per le università ma con una norma molto chiara: ovvero che fino a quando tale finanziamento non arriva concretamente, le sedi universitarie non devono spendere più di quanto hanno. In tempi di crac Parmalat e Cirio può sembrare un’esagerazione ma le assicuro che molti consigli di amministrazione universitari hanno fatto bancarotta nel vero senso della parola e, a mio avviso, è necessario che i responsabili di questa gestione dissennata rispondano del loro comportamento.
Soprattutto, in tema di finanziamento, contestano poi l’apertura verso il mondo dell’impresa in nome del partenariato e della sinergia…
Verissimo. Il ministro ha detto a chiare lettere che in un mondo moderno non si può più credere ad un’università chiusa poiché è folle e controproducente non lavorare accanto a forze che possono attirare l’attenzione dell’industria, che possono creare brevetti, che possono dare luogo a spin-off. Perché non pensare a tutto questo? Sa cosa ha fatto andare su tutte le furie molti docenti e rettori? Glielo dico io. Il disegno di legge prevede che su base convenzionale possa andare a ricoprire temporaneamente un ruolo di professore anche personale dell’industria che ha prodotto risultati d’eccellenza nelle discipline del raggruppamento per il quale viene chiamato. Capito? Per loro è reato di lesa maestà accademica: un non laureato che insegna, magari per tre mesi! Peccato che, formalmente, l’unico posto dello Stato in cui non serve la laurea è proprio il concorso per professore di ruolo, visto che l’unico requisito necessario è aver compiuto “ricerca originale”: se la commissione riconosce questa conditio sine qua non nei lavori del candidato, lo promuove. Ci sono poi delle facoltà che hanno da ridire su questa apertura, soprattutto quelle a indirizzo umanistico, perché per esse la possibilità di aprirsi al mondo esterno del business e della ricerca è praticamente nulla. A loro rispondo che ci sono classi di docenti universitari, come gli ingegneri, che non possono concorrere al premio Nobel ma non per questo ne chiedono l’abolizione!
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