Siringa, falce, martello e mezzaluna
Secondo i cristiani la causa delle azioni umane è l’imperscrutabile volontà dell’uomo. Secondo gli illuministi e i post- illuministi le azioni umane hanno una serie di cause esterne alla volontà dell’uomo: la classe sociale (marxisti), il codice genetico (darwinisti), le pulsioni dell’inconscio (psicanalisti), la somma dei condizionamenti ambientali (sociologi), il livello di istruzione (progressisti spregiatori delle “masse”) eccetera. Questo determinismo comportamentale trova un campo di applicazione privilegiato nei dibattiti sulla tossicodipendenza: il giovane arriverebbe alla droga per il cattivo rapporto con i genitori, le difficoltà scolastiche, il mancato adattamento alla società adulta, la disoccupazione, l’emarginazione, i traumi infantili, la crisi dei valori, il consumismo, la capacità di persuasione degli spacciatori, eccetera. Tuttavia bastano pochi dati della realtà a far crollare questi castelli di carta (cfr. box p. 19).
La solita letteratura col “mito del buon selvaggio”
La letteratura sulla tossicodipendenza e quella sul fondamentalismo islamico hanno almeno un punto in comune: entrambe tendono a rigettare ogni spiegazione che non tenga conto della libertà umana di fronte al bene e al male ed entrambe sono normalmente interpretate in base ad un determinismo che disconosce la libertà e la volontà. Per quasi tutti i commentatori il giovane musulmano sarebbe attratto dalla propaganda fondamentalista per le stesse ragioni per cui il giovane emarginato sarebbe attratto dalla droga. Come il tossicodipendente non sarebbe in fondo responsabile delle proprie scelte, così il fondamentalista non avrebbe colpa se fa il terrorista: entrambi sarebbero vittime di qualche cosa che li trascende. Vittima, il primo, dei molti aspetti della crisi post-moderna e, il secondo, del sottosviluppo del Terzo Mondo o, in alternativa, dell’emarginazione patita come immigrato nel Primo Mondo. Di conseguenza – suggerisce questa letteratura “innocentista” in cui si rintraccia il mito rousseauiano del “buon selvaggio” sviato nel perseguimento dei suoi fini di felicità dalla “società corrotta” – la propagazione del fondamentalismo fra i giovani musulmani verrebbe bloccata se l’economia dei paesi arabi fosse risanata e se il processo di integrazione degli immigrati in Occidente fosse portato a compimento. Dunque, la formula per sconfiggere il nemico starebbe in queste due paroline magiche: benessere e integrazione.
I tranquilli ragazzi di Al Qaeda
Ma come con la vulgata interpretativa “innocentista” sulla tossicodipendenza, la realtà si incarica di smentire questi schemi deterministici e li fa crollare come castelli di carta. Da Osama Bin Laden, rampollo di buona e miliardaria famiglia saudita e zuzzurellone per il mondo (occidentale) prima di fondare Al Qaeda, ai fratelli kuwaitiani Jabarah emigrati in Canada – Mohammed, complice degli attentatori di Bali, e Abdul che a soli 23 anni ha guidato il commando stragista di Riad – i terroristi non sono propriamente gente emarginata o che ha vissuto nelle favelas del terzo mondo. Gli autori del dirottamento suicida dell’11 settembre non erano né poveri delle metropoli arabe, né giovani sbandati delle periferie urbane occidentali. I kamikaze Mohammed Atta e Marwan al-Shehhi avevano studiato con profitto nelle università tedesche e poi si erano dati alla bella vita nelle più lussuose località degli Stati Uniti, da Las Vegas a Miami. I membri della comunità afghana di Fremont, cittadina della modernissima Silicon Valley ribattezzata Little Kabul, fino al 10 settembre 2001 hanno manifestato liberamente sulle frequenze della radio locale in lingua afghana il loro amore per il regime talebano (così ha riferito Federico Rampini su Repubblica). Dunque persone che vivono ben integrate nella più progredita e progressista delle province americane parteggiano per il regime più retrogrado del mondo. Le cose vanno anche peggio nel Regno Unito, da dove già nel novembre del 2001 partitirono duecento volontari occidentali per andare a combattere con i talebani. A questo proposito Paolo Rumiz notava che «i “traditori” dell’Inghilterra non vengono affatto da sacche di emarginazione o da teppismi metropolitani. Sono nati da famiglie incensurate, figli della Gran Bretagna con passaporto britannico, bene inseriti, diplomati, con bella casa. Le loro biografie parlano di ragazzi miti, gentili. Buoni cittadini, il contrario delle teste calde o degli hooligans. Ma è proprio questo che inquieta, rende la cosa maledettamente seria. Dice che Osama è entrato nel profondo» (“Tra i musulmani di sua maestà, dove nascono i martiri di Osama”, La Repubblica, 4.11.01). Allo stesso modo oggi registriamo che il ventitreenne Abdul Jabarah «frequenta la moschea di St. Catharines in Canada, aiuta gli altri fedeli, si ferma spesso a lavorare, la religione è vissuta in modo tranquillo… entra i contatto con i “missionari”» e dopo la solita palestra afghana finisce a guidare la cellula terrorista che la scorsa settimana ha fatto strage in Arabia Saudita (G. Olimpio, “La jihad di Abdul, il canadese tranquillo”, Corriere della Sera, 14.5.03). Il 29 aprile 2003 a farsi esplodere in un pub di Tel Aviv non sono stati i soliti “disperati” dei campi profughi bensì due ragazzi (Asif Mohammed Hanid e Omar Khan Sharif) che erano nati e cresciuti a migliaia di chilometri dai campi profughi, nella tutt’altro che disperata Inghilterra e che, per di più, avevano frequentato l’organizzazione pacifista americana Ism (cfr. Tempi 20, 15.5.03). Anche dall’Italia, dalla Francia e dalla Germania sembra siano partite parecchie decine di volontari per Kabul prima e per Bagdad poi. Stiamo parlando di cittadini dell’Unione Europea nati e cresciuti in Occidente. E non tirate fuori i soliti gargarismi sociologici sui problemi degli immigrati di seconda o terza generazione divisi fra la cultura dei genitori e la cultura del paese ospite. Dell’oscurantismo islamista pare si stiano innamorando pazzamente anche giovani occidentali figli di occidentali. Nell’organizzazione di Al Qaeda sono stati attratti cellule “dagli occhi azzurri” tedeschi, svedesi, britannici (cfr Repubblica, 22.10.01), mentre sta pure emergendo un terrorismo musulmano fai-da-te intrapreso in proprio da neo-convertiti europei e americani (vedi il cecchino di Washington o l’autore del fallito attentato alla metropolitana di Milano, il siciliano Domenico Quaranta).
I maestri del male? Gli intellos
Ci sono abbastanza elementi per affermare che il fanatismo islamico non è proporzionale all’ignoranza, alla povertà e all’emarginazione. Così come negli anni ‘50-‘60 il boom economico post-bellico in Italia e in Europa non funzionò come argine alla diffusione inarrestabile dell’ideologia comunista fra tutti gli strati sociali. Di più, come aveva programmato Gramsci, il comunismo conquistò le masse italiane grazie all’azione “missionaria” esercitata da intellettuali cui l’aborrito capitalismo consentiva (e consente) di condurre una raffinata esistenza borghese. Cittadini dell’Occidente opulento parteggiavano ieri per i regimi comunisti produttori di miseria come oggi altri cittadini parteggiano per i funebri regimi islamici. Comunisti e fondamentalisti consacrano la vita alle loro rispettive ideologie pur godendo di tutti i benefici di una società più umana di quella del socialismo reale e di quella della sharia. Questa disarmante verità si presta ad un’unica spiegazione: l’ideologia (e l’islamismo radicale è ideologia al pari del comunismo) è oggetto di una scelta totalmente gratuita e di un amore totalmente irragionevole. Un amore che, beandosi di paradisi futuri (Utopia o Califfato), gode pure di una caparra presente: un’impagabile illusione di fratellanza unisce quelli che si riuniscono nel nome di questo “luminoso domani”. E questa fratellanza, questa appartenenza al gruppo ideologico potenzia l’identità individuale, funziona anzi come una protesi della personalità. Questa identità di gruppo non solo distingue l’individuo dalla massa anonima ma lo sopraeleva rispetto al resto dell’umanità. Il proletario comunista era l’eletto da cui dipendeva il compimento della storia umana, l’ariano nazista era il superuomo destinato a sottomettere tutte le razze inferiori, il discepolo di Osama Bin Laden è “l’eletto di Dio”. L’ideologia doveva presumere di parlare a nome dei “veri uomini” prima di arrivare a presumere di parlare addirittura a nome del “vero Dio”. Ma sempre ideologia è. Ovvero è un virus-killer, sia che esso compia la sua epifania nell’Olocausto degli ebrei amministrato da tranquilli impiegati alla Eichmann, sia che si manifesti per il tramite di tranquilli studenti di moschea, pronti a trasformarsi in uomini e donne bomba. Chi guida e semina il mondo di virus dell’ideologia? Direbbe un vecchio film di Bresson, “il diavolo probabilmente”.
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