Slobo, l’imputato (ma non per i russi)
Mosca – Sono molti i motivi che spingono i russi a prendere le difese del “carnefice” Milosevic, sotto processo all’Aja per crimini di guerra. Anzitutto si ravvivano i sentimenti di fratellenza slava, rinfocolando quella vaga ideologia panslavista che da più di 150 anni dà corpo ai sogni di gloria del nazionalismo russo, a partire proprio dal paternalismo nei confronti degli sfortunati serbi, che hanno perso tutte le guerre della loro storia e sono sempre stati accusati di tutte le nefandezze possibili, evidenziando nella tragedia balcanica i tratti apocalittici di una visione della storia come guerra definitiva tra i popoli decadenti occidentali e le genti slave, destinate a immolarsi per redimere l’umanità. Lo stesso Milosevic si cala in modo assolutamente naturale nella parte, quasi si fosse preparato per tutta la vita a recitare il ruolo del condannato che giudica il mondo intero, novello messia della libertà contro la menzogna. Non potrebbe inoltre esserci un giudice più sinceramente inviso all’opinione russa di Carla Del Ponte, che aveva fatto le prove del “tribunale universale” cercando di prendersela con Eltsin prima che con Milosevic. Le sue indagini sulla corruzione del primo presidente della Russia avrebbero potuto portare a una destabilizzazione della fragile democrazia moscovita e solo l’avvento di Putin aveva potuto placare la possessione giustizialista della Grande Inquisitrice dell’Aja. Essendo la Serbia già totalmente destabilizzata, la Del Ponte ha potuto dare finalmente inizio alla «grande azione di auto-propaganda del Tribunale Internazionale, necessario ai giochi politici dei nuovi imperatori», come afferma lo stesso Milosevic in una intervista esclusiva, rilasciata non a caso al giornale russo Izvestija dal carcere di Scheweningen lo scorso 4 febbraio, definendo se stesso «il simbolo del mondo europeo orientale, fatto di popoli dalle profondi radici storiche, che i nemici storici vogliono far scomparire». Dietro alle azioni del Tribunale i russi stessi leggono la tracotante regia degli eterni rivali americani, che vorrebbero imporre al mondo intero la barbara legge del Far West.
Sciogliere il Tribunale dell’Aja
Non c’è dunque da stupirsi se il Parlamento russo ha votato il 15 febbraio a larghissima maggioranza una mozione pro-Milosevic, nel cui testo si evidenzia la necessità di «definire i confini entro i quali il Tribunale internazionale può esercitare la propria giurisdizione», esprimendo grande preoccupazione per come «la persecuzione giudiziaria assuma un carattere di processo politico». Il testo è stato sottoscritto da tutti i partiti politici russi, compresi i più liberali e filoamericani; i liberaldemocratici hanno addirittura proposto di rivolgersi all’Onu con la richiesta di scioglimento del Tribunale dell’Aja.
Il punto non è che i russi non riconoscono la gravità delle azioni dittatoriali e criminali di Milosevic, che in Russia non è certamente amato, nonostante la continua presenza sui media del fratello dell’ex-presidente serbo, a sua volta ex-ambasciatore della Jugoslavia a Mosca, che rende più umana l’immagine pubblica del “mostro”. Ciò che è inaccettabile è proprio ciò che in Occidente si ritiene il più grande successo dell’Aja: aver finalmente rinnovato i fasti di Norimberga, aver trovato un modo e un motivo per inscenare nuovamente il Giudizio Universale in terra, separando i buoni dai cattivi con assolutezza manichea.
La cultura slava non ha conosciuto la crisi manichea, né l’antica eresia pelagiana, non conosce le categorie di “bontà naturale” di alcuni eletti predestinati di ispirazione calvinista. Gli slavi vedono la storia come il luogo drammatico dell’universalità del peccato, in cui il potere ambìto da tutti gli uomini può rivelare in ogni momento il volto dell’Anticristo, come è successo con lo stesso potere sovietico, che sugli scranni di Norimberga sedeva dalla parte dei vincitori. L’esperienza comunista, in fondo, non è passata invano per i russi: chi vince oggi perderà domani, e non è salutare dargli in mano tutte le chiavi del regno.
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