Sobrietà anche per Biagi
Anche i ministri, nel loro piccolo, prendono qualche colpo di sole. E a Cipro, si sa, il sole picchia forte. Comunque, nonostante le stolide parole pronunciate dal ministro degli Interni, non siamo d’accordo nemmeno con un titolo del nostro caro Giornale: no, sul caso Biagi neppure l’incredibile harakiri di Scajola salva Cofferati. A pagina 24 di Tempi l’ennesima prova che chiama in causa il segretario Cgil (e un certo milieu di intellettuali di sinistra) nell’isolamento e persecuzione di Marco Biagi. Cofferati può minacciare di querele chi vuole e andare in tutti i tribunali che vuole: la verità è che così come l’abito non fa il monaco, l’uomo dalla coscienza pulita non lo fa né il suo aplomb, né una gradevole faccia. Marco Biagi è stato ucciso dall’ideologia. E’ stato ucciso da quegli alcol forti che sono l’odio e la fraternità giacobini. Guardate che l’alcolismo ideologico è una malattia che tende a diffondersi nel tessuto sociale. Basta poco a trasfomare la politica del rancore in surplus assassino. C’è troppa menzogna in giro, soprattutto, direbbe la Arendt, ci sono troppi Rousseau e lottatori sociali della buona borghesia che si coccolano nel «ricordo malinconico» che è «lo strumento migliore per dimenticare del tutto il proprio destino» e in cui «il potere e l’autonomia dell’anima sono assicurati. A prezzo però della verità che, senza realtà, realtà condivisa con altri uomini, perde ogni senso». Ecco la menzogna che appesta l’aria e che è come se ci facesse dire: «I fatti reali non mi tangono, perché che siano veri o no, li si può negare». La menzogna porta sempre con sé una qualche giustificazione umanitaria e progressiva. In ogni connivenza con la negazione del dato c’è sempre una buona intenzione, un cuore palpitante, un’immaginazione generosa. La menzogna è sempre una verità impazzita. Ed essa è pur sempre maestra di morte. Per questo ci permettiamo, nel nostro piccolo, di consigliare a tutti (intellettuali sindacalisti, politici e colleghi giornalisti) di rincorrere al galoppo una certa idea di civiltà espressa dall’amico filosofo francese Finkielkraut. “Viene il tempo della sobrietà: il dialogo, l’amicizia e l’incertezza devono ritrovare i loro diritti”.
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