Solaris

Di Simone Fortunato
10 Aprile 2003
Pallido remake del capolavoro di Tarkovskij

Uno scienziato deve raggiungere la stazione spaziale Solaris.

Scrivere di un film come Solaris è come sganciare bombe e bombe a grappoli sulla Croce Rossa. Da un lato, una delle vette più alte del cinema del XX secolo, dall’altro l’infausta decisione di farne un remake in salsa New Age. Di fronte al Solaris vero, quello di Tarkovskij, è d’obbligo abito lungo e una venerazione totale. O, almeno, rispetto. Se non amore, per un cinema che sa parlare al cuore dell’uomo, di cui condensa per immagini le domande e i più infiniti desideri. Amore e rispetto che mancano a Steven Soderbergh, un buon regista di cassetta con qualche velleità autoriale (sono suoi i non malvagi Traffic e Ocean’s Eleven ma anche i pessimi Out of Sight e Full Frontal), che gira un film inquietante per chi conosce il Solaris originale (che dura 70 minuti in più del rifacimento americano) e una noiosissima storia d’amore per i profani. Spostando il baricentro del racconto sul versante intimista, Soderbergh realizza una esangue storia d’amore, dai ritmi cadaverici, narrativamente mai fluida, molto rozza nell’approfondimento psicologico dei protagonisti. Unici scossoni: le chiappe che il bronzeo Clooney mostra al vento e alla faccia di qualsiasi rispetto di Tarkovskij.
Di S. Soderbergh
Con G. Clooney, J. Davies

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