Solidarietà? Valore di mercato

Di Pelanda Carlo
16 Agosto 2001
Una provocazione forte in un periodo di pensiero debole: il capitalismo troverà una soluzione ai problemi sociali prima del piagnucolante anticapitalismo. Un economista analizza e descrive le tre etiche: socialista, cristiana e capitalista di Carlo Pelanda

Ad ogni valore che si ritiene buono e giusto deve essere associata la competenza tecnica per realizzarlo. Se no si porta il bene nel territorio dell’infattibilità, al rischio dell’ipocrisia, alla certezza dell’inconsistenza. Che il pensiero tecnico sia una fonte di salvezza può imbarazzare molte tradizioni ed organizzazioni prosociali abituate a determinare i fini senza riflettere a fondo sui mezzi. Ma certamente è più imbarazzante, sia intellettualmente sia moralmente, osservare i mille esempi di solidarietà inefficiente dovuti all’assenza di cultura tecnica.

Le tre etiche

Per esempio, la teoria giusta è che nel più breve tempo possibile tutti gli individui nel pianeta possano accedere a condizioni materiali di vita simili a quelle della classe media dei Paesi ricchi. Verso tale obiettivo sostanziale convergono, pur con diverse enfasi, tre etiche: quella socialista ispirata al principio della giustizia economica; quella cristiana della solidarietà finalizzata al riscatto dei deboli; e quella finanziaria che ha bisogno di un capitalismo di massa planetario. Qualcuno sarà sorpreso che quest’ultima sia definita come “etica”. Ma lo è: il denaro deve produrre profitto che si diffonda a livello sociale e grazie a questo finanzi la crescita continua dell’economia complessiva continuando a capitalizzare masse crescenti di persone. Il capitalismo si è rinnovato, abbandonando la selettività che lo ha caratterizzato nel passato e diventando aperto a tutti. Ora i suoi cultori teoretici e, soprattutto, operatori hanno il terrore di tutto ciò che riduca la quantità di accessi alla ricchezza: se la metà povera di una società non ha denari per comprare una quota di un fondo di investimento o un’automobile tutto il mercato ne soffre. Se Paesi interi restano fuori dall’economia globale si perde profitto, si rallenta l’espansione del mercato. La svolta morale del capitalismo non è stata guidata da una consapevolezza etica, ma da un interesse determinato dall’evoluzione della finanziarizzazione dell’economia: il profitto dipende sempre più dalla circolazione di massa del denaro. Questo fatto tecnico può essere tradotto in forma di linguaggio morale: il capitalismo per tutti è un bene, se solo per pochi è un male. La mondializzazione del mercato, l’economia tecnica guidata dal paradigma del liberalismo, riesce a spuntare risultati notevoli sul piano dell’arricchimento veloce delle popolazioni. Infatti i redditi medi negli ultimi dieci anni, su scala mondiale, sono aumentati. Ma non riesce ad ottenere con altrettanta velocità l’equilibratura sociale della ricchezza e troppa gente ne resta fuori: parzialmente, circa il 40% nelle società evolute; totalmente, quasi un miliardo e mezzo in quelle in via di sviluppo. La terza etica chiama le altre due a pensare qualcosa di serio per aiutarla a superare il proprio limite. Cosa sta venendo fuori?

Tobin e Terza via: fuffa

I cultori della giustizia economica via istituzioni redistributive (le sinistre) propongono, per esempio, una bella tassa sul ciclo di capitale mondiale (Tobin Tax) per finanziare i più poveri. Non può funzionare, senza colpa di Tobin che l’aveva tirata fuori nel passato per ridurre le oscillazioni speculative dopo la caduta del sistema dei cambi fissi e della parità aurea del dollaro (1971). La cifra non basterebbe, si favorirebbero gli off-shore finanziari, si creerebbero, soprattutto, distorsioni nei Paesi beneficiati: tutte le ricerche in materia mostrano che afflussi di capitale assistenziale in Paesi poveri distruggono i mercati locali, creano dipendenze e bloccano lo sviluppo invece di favorirlo. Nei Paesi ricchi, il nuovo capitalismo genera opportunità crescenti, ma che possono essere colte solo da sistemi ed individui forti, cioè dotati di concorrenzialità. Gli eccessi sindacali, protezionistici e consociativi, cioè i modelli redistributivi pesanti, tolgono tale competitività ai territori e ai singoli. Per esempio, finanziando un dipendente pubblico inutile piuttosto che investire su un’educazione più raffinata, e quindi costosa, dei giovani. Così come le alte tasse, in regime di libertà di circolazione del capitale, semplicemente lo spingono a trasferirsi dove il profitto è maggiore. Ciao investimenti. Il metodo redistributivo-assistenziale impoverisce, invece di arricchire, pur pretendendo il monopolio morale della tutela dei deboli. Una così evidente imbecillità tecnica rende vuota la missione di compensazione sociale. L’etica della giustizia sociale deve prendere atto che la sua tecnica redistributiva non funziona né per i Paesi ricchi né per quelli poveri. Si sta riformando? No, viene continuamente riproposta come salvezza nonostante i fatti. O la sinistra centrista e pragmatica la abbandona del tutto, ma senza costruire una nuova teoria di solidarietà più efficiente e compatibile con il mercato. Quando vi tenta, resta parola oscura (la Terza via). Fuffa inutilizzabile in ambedue i casi.

Solidarietà cristiana e capitalismo di massa

La solidarietà di ispirazione cristiana che si veicola attraverso i metodi redistributivi merita gli stessi commenti. Quella non operativa, cioè la preghiera o generica manifestazione di carità, è una testimonianza da rispettare, ma senza alcun contenuto tecnico. Con il problema che diseduca, appunto, i benpensanti lasciando loro intendere che un valore possa essere perseguito senza associarlo ad una tecnica tanto potente da realizzarlo. Il cristianesimo missionario è realmente operativo ed altamente tecnico, ma specializzato nella carità puntuativa. Non può diventare tecnica generalizzabile di solidarietà utile al bilanciamento economico delle società. Altre opere ispirate al liberalismo cattolico (attivismo entro il mercato, ma impiego solidale dei profitti) sono tecnicamente consistenti, ma purtroppo minoritarie e qui fuori valutazione per questo. Chi si arroga il primato morale nel tutelare i deboli è tecnicamente inconsistente. Per la terza etica, il capitalismo di massa, è irrilevante la difesa dei deboli in quanto la sua teoria implicita ritiene di poterli trasformare tutti in forti. Tuttavia non ci riesce perché manca una base di solidarietà, cioè di capitale a cui non è richiesto un ritorno immediato e diretto, ma uno posposto in forma di maggiore capacità degli individui di avere un valore di mercato. E dovrà cercarsela da solo perché le altre due etiche sono “pensiero debole”. E probabilmente la soluzione sarà quella di definire le quantità utili di liquidità globale non in relazione ai parametri odierni, ma in relazione al requisito di rendere pre-disponibile il capitale sufficiente per finanziare il valore di mercato di ogni individuo. Problema tecnico difficilissimo da risolvere senza fare inflazione. Ma ci si può riuscire con la creatività del pensiero tecnico. C’è una sfida, sprezzante, in queste parole? Certo: il capitalismo riuscirà ad evolvere in forma ancora più sociale molto prima che l’anticapitalismo sia capace di trovare una, dicasi una, idea tecnica che funzioni. Provocazione forte chiama pensiero fortissimo.

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