Solo la riconciliazione metterà fine a Veleno

Di Emanuele Boffi
15 Giugno 2021
Il bambino zero dell'inchiesta sui presunti pedofili della Bassa Modenese: «Mi inventai le violenze in famiglia». Ma tanti genitori attendono ancora di parlare coi figli
Veleno, serie tv Amazon

«Facevano domande ripetitive e ti influenzavano e ti mettevano in bocca delle parole che non erano le tue». Dice così in un video e in un‘intervista a Repubblica, Davide, oggi 31enne, il “bambino zero” del celebre caso “pedofili e satanisti delle Bassa Modenese”.

È la prima volta che Davide Tonelli parla e insiste sul fatto di «essersi inventato tutto» a proposito della sua famiglia d’origine, i Galliera.

«Ho inventato che mio fratello aveva abusato di me, che c’erano delle persone che facevano dei riti satanici. Ma non c’era nulla di vero. Mi sono inventato tutto. Perché se dicevo che stavo bene non mi credeva nessuno. A forza di insistere ho detto quello che si volevano sentire dire».

Intere famiglie rovinate

Dalle sue parole partì l’inchiesta che a fine anni Novanta portò diverse persone in carcere e sedici bambini a essere sottratti ai propri genitori. Accuse mirabolanti (bambini uccisi e seviziati nei cimiteri, riti orgiastici e satanici) che, col concorso di magistrati arrembanti e servizi sociali poco professionali, hanno rovinato la vita di intere famiglie. Una donna si suicidò e un povero prete di paese, don Giorgio Govoni, morì di crepacuore in seguito ad accuse infamanti.

Tempi vi ha già parlato diverse volte del caso, tornato poi prepotentemente d’attualità grazie al podcast e poi alla serie Veleno di Paolo Trincia.

«Mi sono sentito morire dentro»

Ora arriva la testimonianza di Davide, il “bambino zero”, allora sottratto dai servizi sociali ai genitori e che iniziò a raccontare strane storie sulla sua famiglia d’origine. Davide parla a Repubblica e dice parecchie cose interessanti, tra cui quella di essere stato sottoposto a «colloqui di 8 ore», in cui le domande degli assistenti sociali erano «martellanti».

«Loro mi dicevano che ero coraggioso, che ero il primo a parlare. “Coraggioso” era la loro parola preferita. Un giorno la psicologa mi fece fare un incontro con gli altri ragazzi, e lei disse che li avevo salvati. Ma io non avevo salvato proprio nessuno. Mi sono sentito morire dentro».

Confessioni indotte

Molti di quei bambini, oggi diventati uomini e donne, raccontano di aver subito quegli abusi nelle famiglie naturali. Ma Davide insiste: fu tutto inventato, le violenze non avvennero mai e furono gli psicologi e gli assistenti sociali a “indurli” a confessare ciò che in realtà non avvenne mai (altre testimonianze simili erano già uscite).

«Vi assicuro che dopo determinate domande un bambino dice quello che vuoi. Se a un bambino dici dieci volte che i genitori facevano cose brutte, alla fine dice, sì, facevano cose brutte».

«[Nelle menti dei bambini che hanno denunciato gli abusi] si è ormai creato un falso ricordo. O perché è difficile raccontare la verità adesso, dopo tanti anni. Hai paura che se la possano prendere con te per tutte le bugie che hai detto. Anche io avevo paura di dire la verità».

Non vendetta ma riconciliazione

La verità su cosa accadde a fine anni Novanta nella Bassa Modenese è stata, più o meno, ristabilita. Ma questo solo dal punto di vista delle sentenze, non dal punto di vista umano. Intere famiglie sono state terremotate, rapporti tra genitori e figli irrimediabilmente compromessi.

Le stesse inchieste giornalistiche hanno aiutato a mostrare anche l’altra faccia della vicenda, quella che per anni è stata taciuta e nascosta, ma resta l’amaro dato di fatto che, ancora oggi, molti di quei genitori non possono riabbracciare figli che non li riconoscono più.

Forse questa clamorosa ammissione di Davide potrà aiutare, finalmente, una riconciliazione. È ciò che molti di loro, dopo vent’anni di sofferenze, si augurano. Non cercano vendetta, ma perdono e riconciliazione.

Foto Ansa

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