Solo un biennio da “Patto con gli italiani” salva il Cav. dallo stress e dall’azione catodica

Di Tempi
17 Giugno 2004
«Non è successo niente».

«Non è successo niente». Così aveva previsto l’Elefante prima del voto, così è stato (o quasi, visto l’esito delle amministrative).
E infatti, grazie soprattutto al Nord Ovest, il governo non perde le europee (ed è un caso raro nel continente, dove laburisti inglesi e socialdemocratici tedeschi crollano ai minimi storici e, fatta eccezione per Spagna e Grecia che surfeggiano sugli esiti delle politiche di un mese fa, tutte le forze di governo subiscono pesanti sconfitte), l’opposizione non sfonda. Forza Italia travasa voti ai centristi, l’Ulivo deve vedersela con un blocco antiriformista che va oltre il 10% ma del quale non può fare a meno per vincere.
Dunque, Silvio Berlusconi ne ha ben donde per piangere, l’Italia non è la Fininvest, la sua creatura deve cominciare a esistere sul territorio e a muovere qualche passettino di vita politica sua propria, non soltanto al traino dell’imprenditore maximo. Ma se Silvio piange, Romano non ride, tant’è che se i Ds si dichiarano “insoddisfatti” scommettiamo che non sarà lui, il miglior simbolo degli anni più bui dell’Europa, a guidare la coalizione che sfiderà Berlusconi nel 2006?

Modesti consigli
Ma allora, cosa dovrebbe fare il governo Berlusconi di qui al 2006? Ammesso e non concesso il rito del rimpasto governativo, il problema numero uno sul tappeto non è il riequilibrio, ministeriale e sottosegretariale interno alla Cdl. Il problema numero uno è l’Italia a cui la Cdl deve assicurare un biennio di governo forte, ovvero all’attacco su quelle due o tre riforme indispensabili per rilanciare il paese. Così come ha fatto, brillantemente e persuasivamente in politica estera, nell’affare degli ostaggi e nella responsabile tenuta del contingente italiano in Irak, il governo deve mantener ferma la barra delle riforme, chiudere in tempi brevi l’iter di quella federalista, completare quella della scuola, dell’università e della ricerca, tagliare una volta per tutte il nodo della giustizia smettendola di discutere di matite e carta igienica con i Bruti Liberati (mentre per la prima volta nella storia della Repubblica i giornalisti rischiano di andare in galera per reati d’opinione) e realizzando la riforma promessa nel “patto con gli italiani” (opera che dovrebbe essere conclusa anche se il 100% dei magistrati scioperasse contro; perché alla fine dobbiamo sapere se il governo deve rispondere al popolo sovrano che, eleggendolo, ha approvato la separazione delle carriere e il resto a seguire, o se invece il governo deve rispondere alla cupola di una corporazione che, come già accadde per il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, approvato a furor di popolo e poi mai trasformato in legge dal Parlamento, può permettersi il potere eversivo di andare contro la volontà popolare e contro il Parlamento sovrano).
Bisognerebbe quindi intervenire sulle pensioni con la serietà richiesta dall’emergenza demografica e dalla voragine della spesa pubblica, implementare le riforme sul lavoro, ed estendere a livello nazionale il sistema liberale lombardo delle sanità (uno dei più efficienti al mondo dicono le ricerche internazionali).

Proviamo un biennio alla Reagan?
Dunque, di qui al 2006, il governo Berlusconi avrebbe un bel daffare. Se si metterà al lavoro – come ha dimostrato di saper lavorare, e bene, in politica estera – farà vincere l’Italia anche se, forse, ma non è detto, magari perderà le elezioni del 2006. Se traccheggerà nella bassa politica dei rimpasti e della concertazione ben sapendo che, intanto, tra chiacchiere, tarallucci e bandierine, l’Italia andrà a rotoli, forse la Cdl salverà il teatrino della cucina politica romana, ma sicuramente andrà a casa nel 2006, e con tutte le ossa politiche rotte. In questo caso Forza Italia farebbe la fine dell’Uomo qualunque e l’Italia quella dell’Argentina. Sì, siamo vent’anni indietro rispetto alla rivoluzione reaganiana, ma ce la si può ancora fare a non cadere nella mummificazione neo-statalista e assistenzialista del modello Cofferati. Cioè tra le braccia di una sinistra che ha un’idea fuori dal mondo di politica estera e che, quanto a quella interna, il rivoluzionario Reagan definirebbe ispirata a una visione del governo della società e dell’economia sintetizzabile in poche parole: se si muove, tassalo; se continua a muoversi, regolalo; e se smette di muoversi, prova con i sussidi.

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