Sono proprio pazzi questi danesi?
La Danimarca – 5 milioni di abitanti circa – dice “no” alla moneta unica europea (53% contro 47) e ribadisce lo scetticismo già espresso nel 1992, quando paralizzò Bruxelles votando contro il Trattato di Maastricht che andava trasformando la Comunità in Unione. Ottenuto il rispetto di alcune eccezioni, nel 1993 ratificò una Maastricht bucherellata come il groviera. Niente “cittadinanza europea”, no alla difesa comune, nessuna superiorità giuridica dei 15 rispetto al diritto nazionale e ovviamente corona invece che euro. Quando il Primo Ministro socialdemocratico Poul Nyrup Rasmussen ha cercato di annullare quest’ultima clausola by-passando i cittadini è scattato, a norma di costituzione, il referendum popolare. Esito inequivocabile, messaggio identico allo stop dei primi anni Novanta: danese è bello; danese e orgoglioso di esserlo; giù le mani dal nostro Paese. Si dice che la Danimarca sia una piccola nazione ai margini dell’ecumene europeo e che quindi i suoi malumori contino poco. Forse. Ma a reagire antipaticamente così è un establishment volutamente cieco e sordo che continua indisturbato a procedere solo perché al sicuro dalle ire dei cittadini: non li consulta e quindi può illudersi per il meglio. A Copenaghen c’è un Consiglio per la Politica Europea composto di analisti, sociologi, storici e intellettuali vari; si dice indipendente, ma è finanziato dal governo. Appena prima del referendum ha concluso un rapporto, in verità non inteso per la pubblicazione, ma alla fine noto a tutti: afferma che il nocciolo della questione euro non è il varo di una nuova valuta, bensì la creazione di un Superstato. Che fagocita gli altri. Quanto i danesi non volevano sentirsi dire; o, specularmente, volevano udire per poi bocciare ancora più decisamente la moneta unica, passo decisivo verso l’omologazione. E così hanno fatto anziani e giovani, imprenditori piccoli e medi, pensionati e lavoratori dell’industria e della campagna, hippy e diversi yuppi, comunisti e nazionalisti, destra, sinistra, socialdemocratici e liberali. Lo ha fatto, insomma, la Danimarca così com’è il Paese oggi. L’eccezione è stata una certa élite bancario-finanziaria. Se il “no” si è distribuito bene su tutto il territorio nazionale, il “sì” si è concentrato in due aree. La costa occidentale dello Jutland, dove si trova il collegio elettorale del premier Rasmussen, e una ricca area a nord della capitale, zona di tradizionale concentrazione di quei magnati che giudicano insulsa, e sovente un ostacolo, la sovranità nazionale. In Eurolandia guadagnano e trafficano bene, anzi meglio. La gente normale invece — sì, anche nel Grande Nord c’è “gente normale” fatta di famiglie, lavoratori, imprese, associazioni — sente sulle spalle il peso insopportabile dei costi, della rinuncia a un livello di vita mediamente soddisfacente (con un tasso di disoccupazione inferiore a quello medio di Eurolandia e una crescita interna maggiore), della minaccia alla propria identità, della mancanza di democrazia. Al di là della destra e della sinistra, cioè sia a destra che a sinistra. Se si votasse oggi, i due terzi della popolazione tedesca farebbero come i danesi. In Francia, una parte del mondo gollista mostra segni di visibilissima insoddisfazione verso l’euro e pone polemicamente il problema della democrazia di Bruxelles. Hanno ragione i danesi: gli eurocrati vivono tranquilli perché non interpellano i cittadini dei 15, che son capaci di far di conto. Nella Rivoluzione trionfante in Francia due secoli fa, l’angloirlandese Edmund Burke vedeva avanzare sofisti e speculatori, e arretrare la società viva. Oggi, in Danimarca, hanno per una volta perso i primi e vinto la seconda.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!