SORELLA SOFFERENZA
Parlare di sofferenza non è popolare, lo abbiamo visto e sentito in questi giorni, che scandalo mostrare il Papa che soffre, e fino alla fine, e chi lo ha voluto seppellire prima del tempo magari l’avrà fatto per “bontà d’animo”, “pietà”, “così almeno non soffre più”. Eppure ci deve essere qualcosa, chiamatelo mistero o come volete, nel fatto che nella sua ultima settimana di vita, al culmine della sofferenza, ha attirato a sé così tanti uomini. Forse scandalizzerà anche voi, come è successo ad una cena con amici, dove abbiamo scioccato per i toni accesi anche la mia innocente nipote quattordicenne, ma, arrivati a parlare di morte a chi si augura di morire d’improvviso per non soffrire, io opponevo quella preghiera della Chiesa che dice «Liberaci Signore dalla morte improvvisa».
Perché? Lo abbiamo davanti agli occhi, può fare paura, ma ce l’abbiamo davanti, possiamo essere credenti o no, possiamo provare a dimenticare, fregarcene, ma è lì: in questi ultimi due mesi è don Giussani, è Milena, per chi l’ha conosciuta, è il Papa, uno non si può chiedere perché, pur soffrendo, erano così, è duro da dire: lieti, mentre il mondo pensa solo a staccare la spina! E lì con loro c’è Flannery O’ Connor: «Non sono mai stata altrove che malata. In un certo senso la malattia è un luogo, più istruttivo di un lungo viaggio in Europa, ed è un luogo dove non trovi mai compagnia, dove nessuno può seguirti. La malattia prima della morte è cosa quanto mai opportuna e chi non ci passa si perde una benedizione del Signore. Quasi altrettanto isola dal successo e niente mette in luce la vanità altrettanto bene».
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