Sorridenti, senza mai l’ombra di un pensiero. Così la pubblicità ci ha rifatti a sua immagine

Su Avvenire Gianfranco Ravasi cita Ermanno Olmi: «Oggi hanno tutti facce da merendine. Quando in televisione compaiono le espressioni rubate alle persone dei cosiddetti paesi sottosviluppati, quelle persone hanno invece facce straordinarie». Basterebbe confrontare le foto di classe di oggi e quelle di 50 anni fa per intuire qualcosa di come è cambiata l’Italia. Le facce serie, la riga fra i capelli, le braccia diritte lungo i fianchi, quasi sull’attenti nei grembiuli neri del dopoguerra. Le facce con un’ombra vaga di sguaiatezza, l’accenno di smorfie, lo sguardo un po’ vacuo sopra le tute casual di certe scolaresche di oggi. O, ancora: le facce dei tifosi lungo le strade di vecchi giri d’Italia, e quelle dei branchi di ultrà negli stadi, adesso. Le facce dei giorni della Liberazione, e quelle dei cortei pacifisti. Confronti, e vedi uomini così diversi che ti domandi se non è nella tecnica fotografica, o nel passaggio dal bianco e nero al colore, la differenza. Guardi ancora: no, sono proprio le espressioni.
Siamo cambiati noi, o almeno è cambiato il modo di rappresentarci, la faccia che i giornali e la pubblicità dicono “giusta”, e a cui inconsapevolmente ci adeguiamo. L’espressione prevalente, ha ragione Olmi, è la faccia da Mulino Bianco, o da spot di cellulari. Sorridenti, lisci, senza una increspatura che riveli un pensiero. Facce leggere. Poi ci sono variazioni dettate dalle esigenze di marketing. C’è la faccia gay, la faccia rassicurante da bravo bancario, la faccia da quello che non deve chiedere mai. In comune tutti hanno una cosa: recitano. Si atteggiano sempre ad altro da ciò che sono. Se sono ragazzine, prendono sguardi fatali. Se sono vecchie, ridono mostrando tutti i denti, felici della crema effetto lifting.
La differenza fra l’Italia fotografata oggi e quella del Dopoguerra è che allora venivamo fuori così come eravamo. Non solo goffi nei cappotti rivoltati o nelle tute da metalmeccanici, ma autentici nello sguardo dentro l’obiettivo. Nelle marce del Pci, nelle processioni o nelle feste di paese, facce passionali o miti, semplici o ingorde, minacciose o spezzate da un doloroso destino, ma assolutamente vere. Nessuno che nell’atteggiarsi, nel vestirsi, si ponesse il problema di sembrare altro da ciò che era. E ancora nelle foto dei cortei operai e giovanili degli anni Settanta si vedono facce non contaminate dall’imperativo dell’immagine. È successo dopo. Venditori di merende e sarti, rinominati stilisti, ci hanno rifatti a loro “immagine”. Per vedere le nostre facce vere bisogna andare in metrò o sui treni pendolari la sera, quando si è troppo stanchi per sembrare. A quell’ora nella luce giallognola dei vagoni siamo pallidi, e uomini. Gravati da tutta la nostra solitudine. Sospinti, ancora, da una ostinata, a noi stessi ormai incompresa speranza.

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