Soru e i suoi ossifagi
Uno è un professore universitario di filologia, l’altro un finanziere conosciuto in tutto il mondo, che cosa possono avere in comune? In molti, in Sardegna, si pongono questa domanda, dopo che tra il presidente Soru e quello che fu l’uomo di punta del suo gruppo in consiglio regionale è calato il gelo. Paolo Maninchedda è “il professore”; cattolico, scorbutico, amato o molto odiato da chi lo incontra, un capo naturale che vive nascosto, nel senso che scrive, parla, lotta, ma non fa vita di mondo, non frequenta il jet set isolano. Oggi è riconosciuto come l’unico che tenga testa al governatore; quando parla nel Consiglio regionale della Sardegna cala un religioso silenzio. In molti dicono che è l’alternativa democratica a Soru e lo vorrebbero candidare fra quattro anni alla carica di governatore. Lui, dopo essere stato espulso per dissenso dal gruppo politico del fondatore di Tiscali, ha dato vita ad un movimento (“Sardegna e Libertà”) e cerca in Consiglio regionale di interpretare un modo differente di stare nel centro-sinistra: criticandolo ma anche sostenendolo. Non a caso, spesso a difendere in aula gli assessori della Giunta Soru è proprio lui.
Lei ha contestato l’autoritarismo di Soru. Per tutta risposta Soru ha chiesto la sua testa come presidente della Commissione autonomia e l’ha ottenuta.
I presidenti di Regione eletti con la nuova legge elettorale hanno il potere di sciogliere il Consiglio e di nominare e revocare i membri della Giunta. è un potere abnorme, creato sull’onda di ideologismi efficientisti. In realtà, in Italia, quando si è concentrato il potere, senza prevedere contemporaneamente le opportune garanzie per i cittadini, l’effetto è sempre stato l’aumento del tasso di conformismo, la distorsione della verità delle cose, la forzatura del diritto, la nascita di nuovi gruppi di potere non vagliati dal consenso ma dalla prossimità a chi governa. Poi tutto questo viene coperto da risultati di grande scala, da mobilitazioni generali, emotivamente connotate, su temi di grande impatto, che però lasciano la vita comune dei cittadini tragicamente immobile. Io mi oppongo al decisionismo subordinante perché produce, alla lunga, più costi sociali che benefici. Soru, come Illy, Bassolino, Marrazzo e tanti altri, si rapporta direttamente al popolo, ama parlare ogni giorno con l’opinione pubblica, costruire quotidianamente una notizia di grande impatto che tenga unito il vincolo elettorale. Per cui non gradisce troppe discussioni, troppe analisi: l’importante è fare, poi si corregge in corso d’opera. Discutere per far bene, sentire le opinioni altrui, rispettare le assemblee rappresentative, per i governatori è un fastidio. Chi è contrario a questo metodo viene identificato con l’opposizione anche quando non vuole esserlo. Non solo: viene percepito come opposizione anche se continua a sostenere la maggioranza. Tra noi prevale la specie degli ossifagi.
Cioè?
Il Presidente ha necessità di ridurre le discussioni. Per farlo, individua nella clientela del consigliere regionale il punto debole del suo controllore e, ogni tanto, ne soddisfa l’appetito lanciando un osso: un direttore generale Asl, un membro in un consiglio di amministrazione, la modifica di un aspetto di una norma troppo innovativa. L’ossifago, placato, tace fino alla successiva crisi di astinenza. Con questo meccanismo si domano i consigli regionali. Le decisioni, oggi, si formano in luoghi molto più elitari che in passato.
Dalle grandi decisioni tutti traiamo dei vantaggi, non solo le élites.
Questo è vero solo in parte, e comunque va sempre verificato. Il problema dello sviluppo del meridione d’Italia non è mai stato risolto con i grandi eventi, con le grandi opere. I provvedimenti più incisivi sono stati quelli che sono stati pensati per potersi declinare fin nei piccoli contesti paesani di cui è fatta l’Italia. La filosofia del grande evento, l’estetica della dimensione è indotta dal mondo finanziario che è riuscito a ridurre, per il proprio ambito, il mondo ad una piazza; ma nelle politiche di trasformazione economica e sociale, la conoscenza in scala 1 a 1, la capacità di calibrare le decisioni sui veri bisogni, il coinvolgimento reale degli interessati nelle decisioni che li riguardano, l’intelligenza di ragionare non solo in chiave urbana ma territoriale, tutto questo è l’unico modo per non trasformare ampie aree dell’Italia in un’enorme periferia della decisione e della ricchezza. Bisogna disporre di un sano realismo, e di un po’ di ironia, per vedere se stessi e la storia con occhi liberi e non con gli occhiali rosa.
Insomma, cosa manca alla politica?
Robustezza di pensiero, capacità di spiegare autenticamente la realtà. Senza il pensiero la politica è solo potere, è solo premierato e governatorato.
Nostalgie proporzionaliste?
No. Semplicemente vedo tutti i limiti di questo pensiero economicista che tutti ripetono come scimmie. È un pensiero debolissimo, che deve censurare tanti aspetti della realtà perché non è in grado di interpretarli, che generalizza i suoi metodi in ambiti impropri. La storia della politica è istruttiva tanto quanto è dimenticata. L’ostilità cattolica al messianismo, l’imperativo dei cristiani di non sacrificare a Cesare, è un ottimo fondamento di laicità e un buon antidoto al moralismo. Ci sono presupposti culturali dimenticati, oscurati da un pensiero confuso fondato su statistiche e facilonerie sociologiche.
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