Sostituisci il peccato con il reato
Mio caro Malacoda, se il nostro compito non fosse quello di farli piangere, gli uomini, ci sarebbe da ridere. Sull’orizzonte delle cose e degli avvenimenti si staglia, a caratteri cubitali, una parola: peccato. Ma non c’è più nessuno in grado di leggerla o che abbia ancora il coraggio di pronunciarla. Guarda cosa succede, ad esempio, a Perugia. Una giovane studentessa inglese viene trovata con la gola squarciata, è stata uccisa perché ha detto no a certi giochi sessuali. (Non si capisce dove fosse il divertimento e perché certe perversioni ci si ostini a chiamarle “giochi”. Salvo poi aggiungere l’aggettivo “tragico” – un “gioco tragico” – dimostrando così di non capire l’essenza del gioco, e nemmeno quella della tragedia). Un cadavere, di solito, pone due domande, chi l’ha ridotto in quello stato e perché. Conoscere la prima risposta non ci permette automaticamente di rispondere anche alla seconda domanda, che in qualche modo resterà sempre un enigma. Un mistero. Perché la sua soluzione non sta nello scoprire il movente del delitto. Una volta accertato e definito, chessò, il movente passionale, noi non abbiamo ancora trovato che cosa abbia mosso la mano assassina, che cosa abbia acceso quella passione. Ma non l’abbiamo trovato, in fondo, perché non lo vogliamo cercare, perché la risposta sta lì, davanti a noi, e anche dentro di noi. Scoprirla in fondo è un esercizio spirituale, il più drammatico, ma forse il più efficace dei metodi investigativi. Ed è una risposta che terrorizza, per questo nessuno vuole coglierla, perché recita così: “Se mi fossi trovato là, in quella situazione, forse avrei potuto ucciderla anch’io”.
Teologi e filosofi si scannano tra loro per dimostrare cose di cui non hanno la minima esperienza, e per le quali non sono in grado di produrre alcuna prova se non i loro arzigogoli, mettendo invece in dubbio l’unico punto assolutamente evidente della dottrina cristiana: il peccato originale. Un abisso remoto, che ci porta a desiderare e realizzare piccole e grandi nefandezze: omicidi, furti, menzogne, invidie, maldicenze, inganni. Quanto al delitto di Perugia, molti uomini (e donne) si consolano pensando che, forse, all’ultimo momento la loro mano si sarebbe fermata, ma non possono nascondersi che, di fronte al rifiuto ostinato, per un istante avrebbero anche loro desiderato ucciderla. Loro, che non farebbero del male a una mosca. In quella mano che si ferma sta la differenza tra il peccato e il reato, per questa volta. Il nostro compito è assottigliarla sempre di più, nella coscienza del singolo e in quella collettiva. Di modo che si arrivi, con stupore disarmato, ad esempio dopo un aborto, a giustificarsi con un: “Non sarà mica peccato?”, come si faceva una volta per le scappatelle amorose. Bisogna insistere con la cultura della legalità, abbassando continuamente l’asticella dell’ideale, l’uomo che desidera la perfezione deve a poco a poco accontentarsi di non infrangere la legge. E la legge che deve dettare l’aspirazione, non viceversa. Poi, con i legislatori, ce la vediamo noi.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
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