Sotto la grandeur, niente

Di Arrigoni Gianluca
11 Marzo 2004
Se un brigatista rosso diventa la bandiera di una campagna d’opinione parigina, la Francia politica è davvero al capolinea. Lo ammettono gli stessi francesi con un’autocritica spietata

Da quando Jacques Chirac ha deciso di contrapporsi agli Stati Uniti, trattando con disprezzo e arroganza quei governi, e sono la maggioranza, che in Europa non condividono la strategia della diplomazia francese, ci si può chiedere se la Francia non stia diventando un pericolo per l’Unione Europea (Ue). Dal 1981 al 2002 l’Europa si era abituata ad una politica estera francese di basso profilo; non si trattava di una scelta deliberata, ma del riflesso di una situazione dovuta in gran parte ai numerosi periodi di “coabitazione” tra un presidente della Repubblica socialista, François Mitterrand (dal 1981 al 1995), ed un governo di centrodestra e, viceversa, tra un presidente della Repubblica gollista, Jacques Chirac (dal 1995 al 2002), ed un governo di sinistra. In tali condizioni era effettivamente difficile per la Francia esprimere una politica estera coerente. Ma nel 2002 gli elettori hanno deciso di confermare Jacques Chirac alla presidenza della Repubblica e gli hanno pure garantito una forte maggioranza parlamentare. Si è così aperta la possibilità per una politica estera francese più coerente e “gollista”.

I meriti di De Gaulle
Che significa una politica estera “gollista”? Partiamo dal personaggio, il generale Charles De Gaulle, un uomo effettivamente straordinario che, al momento della fulminea débâcle francese di fronte all’esercito tedesco nel giugno 1940, si rifugiò a Londra e, contrapponendosi al governo ufficiale e legittimo del maresciallo Petain, che aveva preso la via della collaborazione con il regime nazista, riuscì ad alimentare la resistenza e a mantenere viva in molti francesi la speranza della vittoria. Fu De Gaulle a salvare l’onore della Francia, ed è a De Gaulle che i francesi devono l’attuale V Repubblica, un sistema presidenziale nato tra il 1958 ed il 1962 con il preciso obiettivo di dare alla Francia un governo efficace, ponendo termine ad un regime parlamentare che la litigiosità tra i partiti rendeva incapace di uscire dal pantano della decolonizzazione. E fu De Gaulle a voler ripristinare la grandeur della Francia, fondandola sul principio dell’indipendenza nazionale rispetto a Stati Uniti ed Unione Sovietica, le due superpotenze uscite vittoriose dalla Seconda guerra mondiale. Il generale fece il necessario per concretizzare questo desiderio d’indipendenza e volle aggiungere la potenza dell’arma atomica al peso politico e diplomatico garantito alla Francia dallo statuto di membro permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu – e anche questo i francesi lo devono a De Gaulle, che spinse la Francia non collaborazionista ad attivarsi al fianco degli Alleati, sopratutto negli ultimi due anni della guerra. Il programma nucleare si concretizzò il 13 febbraio 1960 con l’esplosione della prima bomba atomica francese, nel deserto algerino.
Poche settimane dopo De Gaulle accolse in Francia, per una visita di dodici giorni, il segretario del partito comunista dell’Unione Sovietica, Nikita Kruscev. Ed è sempre per affermare l’indipendenza della Francia che nel 1966 De Gaulle intimò alle forze Nato di lasciare il paese. Nello stesso periodo egli si recò in Unione Sovietica ed il risultato fu estremamente simbolico: la realizzazione di una linea telefonica diretta tra il governo sovietico e quello francese, copia conforme del “telefono rosso” che già collegava Mosca e Washington. In Europa, nel 1963 De Gaulle firmò con il cancelliere tedesco Konrad Adenauer il trattato franco-tedesco che, oltre a simbolizzare la riconciliazione tra i due paesi, permetteva alla Francia di assicurarsi l’egemonia in un’Europa che avrebbe potuto diventare utile per tenere testa agli americani. Ed è in questo contesto che il generale si oppose all’ingresso della Gran Bretagna nell’allora Comunità Economica Europea (Cee), considerando i britannici come il cavallo di Troia degli americani in Europa.
Sempre per opporsi agli americani, De Gaulle modificò la politica francese in Medio Oriente, sostituendo una linea filoaraba al precedente sostegno ad Israele, che proprio alla Francia deve in gran parte la tecnologia che gli permise di realizzare la bomba atomica.
Insomma, il gollismo di Jacques Chirac non è altro che una riedizione del gollismo originale, quello di De Gaulle. Ma oggi la situazione è molto diversa da quella degli anni della Guerra fredda. Se infatti allora la Ue era soltanto ai suoi primi passi ed era possibile per la Francia ricavarsi uno spazio approfittando della rivalità tra i due blocchi contrapposti, oggi la Ue, pur con le sue incoerenze e fragilità, è una realtà, e la “guerra asimmetrica” scatenata dal terrorismo islamico contro gli Stati Uniti non dovrebbe lasciare spazio a strategie ambigue. È questo il senso del sostegno che la maggioranza dei governi europei ha deciso di dare agli americani, ed è per questo che la posizione della Francia – che come negli anni Sessanta si fonda sul desiderio di egemonia in Europa e sulla contrapposizione agli Stati Uniti – è incompatibile sia con una coerente ed equilibrata costruzione di una Unione Europea politica, sia con il desiderio di rimanere accanto agli Stati Uniti in una guerra che rischia di essere lunga e difficile.

Non è più un modello universale
Ai dirigenti francesi piace credere che la Francia e l’exception française (“l’eccezione francese”) siano un modello universalmente condiviso, ma la realtà è diversa ed il problema è proprio questo: la convinzione che i miti presenti nell’immaginario collettivo francese siano universali e condivisi. Ma quando si guarda da vicino il “modello francese” c’è poco da entusiasmarsi, perché oltre alla vuota retorica di una Francia patria dei diritti dell’uomo, che vale quanto quella di un’Italia terra di poeti e navigatori, il panorama è sconfortante. Quando lo scorso ottobre lo storico ed economista Nicolas Baverez ha pubblicato La France qui tombe, “La Francia che cade”, puntando senza pietà il dito sullo stato disastroso del “sistema Francia”, il primo riflesso dei dirigenti politici e dell’intellighentsia è stato di negare la realtà, ed è comprensibile. Come avrebbero potuto reagire diversamente? Come avrebbero potuto accettare di vedere che la Francia non ha i mezzi per realizzare le proprie ambizioni?
Scrive Nicolas Baverez: «L’esercito francese non è attualmente in grado non solo di partecipare ad operazioni militari di grande portata, ma nemmeno di assicurare in modo operativo la difesa del territorio nazionale».
E la Francia vorrebbe essere l’avanguardia della difesa europea? Figuriamoci! Ed è sempre Nicolas Baverez a scrivere, a proposito della strategia della diplomazia francese che ha cercato lo scontro con gli Stati Uniti sulla questione irakena: «La crisi irakena ha cristallizzato le contraddizioni della diplomazia francese, la cui azione è tutta contenuta nello slogan “molto rumore per nulla”».
Dovremmo forse seguire il modello economico francese, neocolbertista? Un capitalismo di Stato che ha generato corruzione e scandali giganteschi? Basta leggere il libro Argent public, fortunes privées (“Denaro pubblico, fortune private”), scritto dal giornalista Olivier Toscer, per capire come funziona il “modello francese”. Ecco i titoli di alcuni capitoli: “Prosperità con fondi pubblici”; “Manbassa sul risparmio pubblico”; “Le milizie del favoritismo di Stato”. Insomma, una meraviglia, e se è vero che non siamo certo noi italiani a poter dare lezioni di morale all’universo mondo, almeno non pretendiamo neppure di essere un modello per gli altri.
Un’altra lettura da non perdere, estremamente istruttiva, è L’arrogance française, il libro scritto da Romain Gubert e da Emmanuel Saint-Martin, due giornalisti specializzati in politica estera. In riferimento alla Politica agricola comune (Pac) della Ue citano il ministro dell’Agricoltura Hervé Gaymard; per difendere i privilegi degli agricoltori francesi, che da soli beneficiano di un quarto dei sussidi europei all’agricoltura, costui parla di «una certa visione della civiltà rurale», seguendo l’esempio di un ancor più lirico Jacques Chirac, per il quale riformare la Pac serebbe niente di meno che un’aggressione «ai fittavoli, questi giardinieri della campagna, custodi della nostra memoria». Roba da applausi.

Da Rousseau al “silenzio nero”
Un bell’exploit anche quello di organizzare dei test atomici nell’atollo di Mururoa, nell’Oceano Pacifico, proprio in coincidenza con la commemorazione, in Giappone, in ricordo delle vittime delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, facendo insorgere non solo i giapponesi ma tutti i paesi vicini, australiani compresi.
Effettivamente il “meglio” di sé il “Modello universale” francese lo ha dato nelle colonie dell’Impero. Non parliamo di roba vecchia di decenni, come la tortura durante la guerra di Algeria o i 40mila malgasci uccisi nelle sommosse per l’indipendenza, e nemmeno della filantropia pelosa di interventi come “Operazione Turquoise” in Ruanda, presentato come un’azione per salvare vite di civili, quando il suo vero obiettivo era di mettere in salvo i resti del governo e dell’esercito ruandese che si erano macchiati del crimine di genocidio. Qui parliamo di roba fresca, descritta da François-Xavier Verschave in un bel librone di 550 pagine, Noir silence, che è il seguito di un altro libro dello stesso autore dal titolo ancora più significativo, La Françafrique. La materia più leggera descritta in questi libri è la questione delle “retrocommissioni”.
Funziona così: un’azienda francese, pagando una tangente, ottiene un appalto in un paese africano ed il dirigente africano, premuroso, si preoccupa di girare una parte di quella tangente nelle tasche di un politico francese. Il sistema è costoso, com’è facile immaginare, e il paese africano si indebita, ma visto che ogni problema trova la sua soluzione ecco il generoso Chirac farsi promotore dell’estinzione dei debiti che soffocano ingiustamente lo sviluppo dell’economia in Africa.
Finché nella vita intellettuale e politica francese prevarrà il giacobinismo frutto di una lettura mitica della Rivoluzione del 1789 e di una perdurante subalternità alla filosofia politica di Jean-Jacques Rousseau, con la sua subordinazione della persona alla società ed alla volontà generale, il modello Francia non potrà essere aggiornato. Bisognerebbe tornare ad Augustin Cochin ed alla sua critica della Rivoluzione francese, fucina del totalitarismo politico e dell’homo ideologicus.

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