Speranza in Sierra Leone

Di Giorgio Vittadini
22 Maggio 2003
Un mio amico si è recato recentemente in Sierra Leone dove ha potuto constatare i segni ancora evidenti e terribili lasciati da una guerra decennale che si è conclusa due anni fa

Un mio amico si è recato recentemente in Sierra Leone dove ha potuto constatare i segni ancora evidenti e terribili lasciati da una guerra decennale che si è conclusa due anni fa: fame, malattie, povertà estrema. Nella città di Freetown si calcola vivano 4 milioni di persone sfuggite, in gran parte, dai villaggi dell’interno. La gente ora ha riacquistato fiducia e si arrabatta in mille maniere per guadagnare il pugno di riso necessario alla sopravvivenza. Stanno sorgendo un po’ ovunque casette in mattone (ma forse la parola “casetta” è troppo forte) e col tetto in lamiera. Tutto questo è comunque segno di un tentativo personale nel cercare di guadagnarsi un livello di vita più dignitoso di quello consentito nella baraccopoli alla periferia della città. Uno dei protagonisti di questa ricostruzione è padre Berton, missionario saveriano, fondatore del Family Homes Movement. Questo movimento, nato e cresciuto intorno al suo carisma, si occupa di sostenere concretamente le famiglie che decidono di accogliere i bambini rimasti senza genitori, per lo più ragazzi ex combattenti salvati dalle mani dei militari e della polizia criminale. Si tratta di una quindicina di famiglie. Tra queste c’è qualcuno come Mami Kumba, madre di sei figli naturali e 19 adottati. Ernest, padre di sette figli di cui sei in adozione, è il direttore di una scuola che ospita trecento bambini in una baracca che, con l’aiuto di Avsi, presto verrà sostituita da una nuova struttura in mattoni. C’è poi il progetto “casette” che ha lo scopo di reperire fondi per la costruzione di abitazioni a cui è legata la stabilità nel tempo della realtà stessa delle famiglie del Fhm. È impressionante come tutta questa ricostruzione abbia un’unica speranza: l’educazione. Servono i soldi, serve la pace, ma ciò che ha messo in moto questa realtà è innanzitutto lui, un uomo che comunica la sua esperienza umana sperando contro ogni speranza; un ragazzo che ha accettato questa umanità; degli amici italiani che non l’hanno abbandonato e altri ancora che hanno accettato di formare i suoi ragazzi in Italia, umanamente e professionalmente. Dove non arrivano gli eserciti di liberazione e dove le bandiere della pace sono solo simboli occidentali e lontani, ciò che incide è uno strano internazionalismo, quello dell’educazione alla realtà, propria del cristianesimo che, dove si fa speranza, fa risorgere l’umano. E dietro a tutto c’è la forza di un carisma.

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